domenica 3 marzo 2013

Banconote di carne

Bottiglia d'acqua minerale. Piatti sporchi, ormai vuoti. Tovaglioli ricavati da uno strappo di Scottex. Oltre i vetri della finestra, un gabbiano inclina le ali per far vedere a mezz'aria le piume bianche di un ventre volante. Poco sole. Rumori ordinari. Piccoli ventagli di odore che hanno appena finito di sventolare sul profumo di un bacio, intreccio amoroso tra un aitante spezzatino e una timida tazza di caffè. Mi alzo per guardare cosa succede nel mondo e la mia immaginazione si mette a contare le macchine colorate che passano sul nero della strada, come se, davanti ai miei occhi, sfilassero palline di carta stagnola sull'ombra di un pallottoliere di meridiane.
Nello stesso momento sento avvicinarsi un treno, alle mie spalle, oltre il retro del caseggiato. E tra i ricordi, d'improvviso, fischia il convoglio di una locomotiva lontana


Era sempre mia madre a dire: "E' il macchinista che suona. Ha paura che qualcuno si butti sotto al suo treno".
E a me venivano in mente le monete da 100 lire che mio fratello metteva di nascosto sul dorso delle rotaie, dopo essere passato attraverso il buco di una rete che divideva il campetto in cui giocava dalla riva piena di erbacce e immondizia, muovendosi veloce, come un topolino in cerca di guai.
Poi il treno passava e quel piccolo demonio, nel frattempo arretrato e nascosto nemmeno poi così tanto lontano, tornava a riprendere il risultato dei suoi esperimenti, alzando in controluce una tagliente lingua di metallo sottile, girandosi subito dopo per guardarmi e sorridere. Era durante quel momento che i miei occhi si fermavano a disegnare sul quaderno della fantasia ogni persona che si era buttata sotto a quel treno. E sul foglio di carta di quegli esperimenti non tradivo mai l'immensa fede che germoglia nel cuore semplice di chi è bambino, e tutti quei corpi mi apparivano non come una moneta, ma come un'incredibile banconota. Perchè anche se il treno aveva travolto quel qualcuno, le rotaie potevano solo aver aiutato il suo corpo ad allungarsi, come gatto Silvestro nei cartoni animati, e la cosa non mi sembrava così preoccupante come invece sembrava preoccupare lo sguardo di mia madre.
Così immaginavo lo spazio tra le rotaie, pensando che di notte un gruppo di impettiti Funzionari delle Ferrovie comparisse da un buco di buio, per perlustrare. Li vedevo sguinzagliare piccoli animali di luce dopo aver mosso un indice di ferro e cliccato sul fianco delle loro pile. Quant'erano concentrati quegli impiegati, nel tentativo di scovare almeno uno di quei tesori di carta! Mi faceva morir dal ridere immaginare quei distindi signori con i baffi impomatati di olio lubrificante, giacche nere di carbone, cravatte di bulloni lucidi e ciondolanti, capaci di oscillare ogni qualvolta la loro curiosità si chinava sopra ad una scarpa abbandonata o a una vuota scatoletta di tonno. E se il giorno dopo, mia madre, mi portava con lei a fare la spesa, guardavo incantata le bancanote che usava per pagare, sicura che prima o poi avrei scovato il volto di qualcuno travolto da quel treno, felice di sapere che nel portafoglio della mia infanzia non ci sarebbero mai state banconote di carne, solo monete di giochi: senza nessuna ferita rosso sangue, senza lo sferragliante peso del mondo.

Buona serata a tutti

6 commenti:

  1. Il tuo racconto mi ha riportato a quando ero bambina quando al comando della mia vita c'era la fantasia... grazie ; D

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  2. quando i soldi avevano un'anima

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  3. Cara Chiara, che piacere rileggerti! Anche nella mia infanzia esiste una ferrovia e il rumore dei treni, specie di notte. Il fischio della locomotiva mi sembrava un lamento umano...comunque come cambiano le nostre percezioni nel tempo, ci rendiamo conto che in fondo la realtà ce la creiamo noi...
    Un bacione
    Cabi

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  4. Cara Chiara, che piacere rileggerti! Anche nella mia infanzia esiste una ferrovia e il rumore dei treni, specie di notte. Il fischio della locomotiva mi sembrava un lamento umano...comunque come cambiano le nostre percezioni nel tempo, ci rendiamo conto che in fondo la realtà ce la creiamo noi...
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