domenica 6 settembre 2015

Strega comanda color...

Si giocava almeno in due. Quando ci si ritrovava in quattro, i gridolini che seguivano le corse alla ricerca del colore da individuare e toccare, mi facevano il solletico fin nelle budella. Mi divertivo, con quel 'Strega comanda color...'; era come se durante quei momenti annusassi un banco di frutta al mercato, in bocca un sapore di gelatine, colorato.

Successe un pomeriggio. Mi trovavo in treno con nonna Clotilde e Clara, mia cugina. Di solito, quel gioco stregato era un rincorrersi nel piccolo parco situato a non più di cento metri da casa, mentre quel giorno - non ricordo nemmeno più il motivo di quel viaggio - io e Clara cominciammo a giocare tra lo scompartimento e il corridoio.
'Strega comanda color... Blu grembiule di Giulio!'.
Clara si lanciò a toccare l'ombrello della nonna, appeso al portabagagli, decretando: - Ho vinto! - ridendo e rimanendo in bilico per alcuni secondi, agganciata al disegno di un ghirigori che ricordava l'orecchio di un elefantino. Poi spostò gli occhi e gongolò: - Adesso tocca a me... - accarezzandosi il mento, prendendo fiato e seguitando con: - Strega comanda color... Arancione gamberetto non ancora morto lesso!
Un ronzio mi fece girare su me stessa; una scarica di agitazione si impossessò delle mie articolazioni; un vuoto pieno, poi di nuovo vuoto, poi di nuovo pieno, gorgogliò in ogni mia cellula cerebrale. Arancione... arancione... arancione... cominciai a ripetere nella confusione di me stessa, piroettando, scandagliando ogni oggetto, stipite o paesaggio a portata di mano.
Intanto, il treno proseguiva la sua corsa sferragliando come un mazzo di chiavi arrugginite, il seno della nonna ballonzolava come una lavatrice in centrifuga e Clara mi guardava.
Fu durante quella frazione di gioco che mia cugina sgranò impercettibilmente le sue due nocciole, umide e lucide. Mi chiesi da quale recondito pertugio della sua fantasia sbocciasse la sua eccitazione, visto che quel treno, a parte il portarci da qualche parte, non sembrava offrire grandi arcobaleni di possibilità. Oltre a noi, infatti, se ne stava seduto composto, sul sedile di fronte a nonna, un signore piccolo, una specie di nano.  L'avevamo trovato lì quand'eravamo arrivate - in effetti, era un ometto strano - e aveva continuato a starsene lì, nella stessa posizione, lo sguardo incantato sul pavimento del mondo, come se qualcuno lo avesse semplicemente dimenticato.
Indossava un vestito lucido, color melanzana e sulla testa aveva una minuscola bombetta in tinta.
Entrando nello scompartimento, appena lo avevamo visto, Clara mi aveva dato una gomitata e io mi ero dovuta coprire la bocca per non ridere.
Ma la nonna era dietro di noi e dopo aver  cantilenato un: - Bambine... - concentrando tutte le note del caso, avevano arpionato i nostri avambracci con le sue famose e micidiali dita a scatto, indirizzandoci gentilmente a sedere.
Per circa dieci minuti, l'elettrodomestico del suo corpo massiccio aveva ostacolato ogni nostro tentativo di risata, poi, spento l'incendio della novità, come nonna si era accorta che la nostra attenzione stava traslocando su altro, la sua stazza si era rilassata e la sua ritrovata gentilezza aveva finito per convincerla a lasciarci libere di giocare al nostro gioco preferito.
E a finire in trappola, come al solito, fui io.
Quando abbassai lo sguardo, infatti, e mi accorsi che la bizzarra eleganza dello sconosciuto era sorretta da un paio di infradito, da cui facevano bella mostra di sé una coppia di piedini pelosi, da hobbit, e le unghie erano colorate da un brillante smalto arancione, il dolore di uno scappellotto precedette di un solo secondo la mia unica possibilità di vittoria.

Buona giornata a tutti.

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