Sulle prime l'esperimento sembrò riuscito: piegai il gomito e partì Bach, chiusi in sequenza, velocemente, le palpebre, e sentii cantare i Bee Gees. Mi accorsi che qualcosa doveva essere andato storto quando mi mossi.
Il link l'avevo trovato su fb, un annoiato click mi aveva teletrasportato nella realtà di un laboratorio virtuale-spaziale dove gli occhi estroflessi del professor Arkaputtana mi avevano dato il benvenuto sul sito di un esperimento. La curiosità aveva avuto la meglio. La prassi, per partecipare senza correre alcun rischio, sembrava semplice. Per prima cosa scrissi una mail, in cui fornivo i miei dati personali e specificavo se avessi voluto la 'Nanotecnologia in offerta con risvolti rivoluzionari limitati per l'ascolto sottocutaneo di musica alternativa' o il 'Pacchetto Carta Oro, Nanotecnologia con risvolti rivoluzionari illimitati per l'ascolto sottocutaneo di musica da hit list'. Per questione di scetticismo e budget, scelsi la prima. Così, versai euro 4.99 su un conto con diciassette numeri, spedii la scansione della ricevuta e aspettai la risposta.
Alle 21 della sera dopo mi feci trovare all'ingresso di un edificio abbandonato nelle campagne della città vicina. Come da istruzioni, puntualissimo, arrivò un furgone. Ne scese un tipo magro, vestito di scuro, la faccia verde come un gambo di sedano. L'uomo si limitò a farmi un cenno, senza parlare, e io lo seguii all'interno del rudere, scavalcando una finestra rotta. Poi, lo vidi puntare la pila davanti a sè, fare non meno di cinque passi e imboccare una ripida scala scricchiolante, oltre una porta che ricordava l'entrata di una bettola. Lo seguii. Arrivati sul fondo, un clic illuminò una stanza scura, sporca, odorosa di muffa, bicarbonato e vino.
Una bionda alta almeno due metri, tre quarti solo di gambe, spuntò in quel momento dal punto più buio di tutta la stanza, spingendo una lavatrice appoggiata su quattro ruote cigolanti. Indossava un vestitino corto, a quadri bianchi e rossi come una dozzinale tovaglia da osteria, e calzava due zoccoli olandesi. L'impianto mi venne mostrato aprendo un piccolo nido di stagnola: era un seme luccicante, grosso come la lacrima di un chicco di riso. Poi la bionda parcheggiò la lavatrice al centro della stanza, girò la manopola del lavaggio e, come schiacciò il pulsante dell'accensione, invece di veder partire il cestello, il cubo di lamiera si aprì come un fiore dai petali rettangolari, sdoppiandosi tante volte quant'era necessario per dare vita a un laboratorio da viaggio. Rimasi impressionato. Non tanto per l'inaspettata natura di una lavatrice neanche poi così di ultima generazione, ma per la bionda, che, dopo essersi tolta la tovaglia di dosso, rimasta nuda, coprendo con la stessa una barella al centro del laboratorio, mi fece sdraiare e mi mise un capezzolo in bocca. Un'anestesia così, neanche su Xvideo l'avevo mai vista. Dovetti cadere addormentato in un vortice di eccitante piacere, perchè quando mi svegliai mi sentii duro e frastornato. Avevo riaperto gli occhi nella luce della stessa stanza, ma non sentivo più l'odore che mi aveva accolto, al suo posto un acre fetore di fregatura. Cercai di scendere dalla barella e mi resi conto di essere sdraiato a terra. Cercai la bionda e il tipo magro e mi accorsi di essere solo. Mi mossi e sentii Bach e i Bee Gees. Come mi rialzai in piedi, partì la sigla di Goldrake. Feci due passi e mi martellò i timpani: 'Il pranzo è servito'. Mi piegai e 'La Lambada' mi sconquassò l'ombelico. Rimasi pietrificato, ormai sicuro che, dell'esperimento, qualcosa fosse andato storto. Ma fu quando infilai una mano in tasca per cercare le chiavi della macchina e al loro posto trovai un biglietto, che la mia erezione precipitò del tutto. Subito dopo, quando lessi: 'Arkaputtana! Un altro impianto andato male', partì la musica del tg di Studio Aperto, e quando la mia incredulità finì di leggere: 'Mica come la tua macchina. Quella, va benissimo!', nella mia testa risuonò la pubblicità della nuova Golf che mi ero appena comprato, e il suo maledettissimo: "People are people", dei Depeche Mode, mi colpì in pieno, direttamente nella bocca dello stomaco.
Buona giornata a tutti
Se passi di qua, sei il Benvenuto. Scrivo storie, non posso farne a meno. Se vuoi lasciare un commento, un consiglio, una critica o qualunque cosa ti passi per la testa, mi fa piacere. Sappi che ti leggerò senza rispondere. Forse perchè ho un brutto carattere. Forse solo perchè preferirei incontrarti di persona.
martedì 9 aprile 2013
sabato 6 aprile 2013
69 yogurt alla banana
Nel mio frigo, più specificamente su un letto di margarina, nella vasca di plastica di un contenitore rettangolare, sotto le coltri di un sottile film palstico, ho scoperto che a fare l'amore con il sapore era un vermetto delle dimensioni di una virgola.
Tornavo dall'ufficio di collocamento e il mio umore era rimasto nel telaio di una seduta di plastica preformata, mentre un sottile foulard di nausea mi si stringeva come un cappio intorno al collo sudato. Odiavo il deserto di quell'estate senza sbocchi, e odiai quel piccolo ricciolo di materia grassa che se la spassava tra le vette dei ghiacci perenni del mio frigo, rifugiato, a sbafo, sul materasso giallognolo del mio cibo. D'altronde, era da un pò che succedeva così. Negli ultimi tempi non era passato giorno senza che qualcuno non si fosse avvicinato per sopraffarmi, scansarmi o decidere qualcosa al posto mio. Persino la portinaia, al mio rientro, consegnandomi una lettera sgualcita, non si era detta dispiaciuta per essercisi seduta sopra senza troppi riguardi e averci schiacciato un pisolino da documentario. Almeno fosse stato l'ennesimo avviso di pagamento, mi sarei sbilanciato in un suicidio, ma come scoprii aprendo il labbro della busta bianca stropicciata, la Muller mi informava di essere il vincitore di 69 yogurt alla banana.
Fu in quel testa coda di incredulità e sorpresa che pensai alle belle notizie.
Fu in quella lucida visione della realtà che mi accorsi come, quando tutto va male, l'arrivo di qualcosa di bello nasconde solo un'ulteriore cremosità di veleno e, se mai avessi accettato quel privilegio, come minimo mi sarei ritrovato nel frigo una scimmia.
Così tornai a guardare l'inquilino di quel terzo ripiano che si contorceva nella morbida frescura della mia margarina, e ci fu un attimo in cui arrivai addirittura a invidiare tutti i vermi del mondo, pensando al sudore che cade sempre e solo dalla fronte di chi non osa mettere i piedi nel frigo degli altri.
Ma fu solo un momento. Poi allungai una mano, tolsi il film trasparente che divideva il fresco di quella condizione dall'appiccicosa calura della mia cucina, aspettai che una goccia di condensa umettasse per bene quel grasso verme senza occhi e, preso delicatamente tra due dita, lo portai sul davanzale, sotto un sole cocente.
Buon weekend a tutti
Tornavo dall'ufficio di collocamento e il mio umore era rimasto nel telaio di una seduta di plastica preformata, mentre un sottile foulard di nausea mi si stringeva come un cappio intorno al collo sudato. Odiavo il deserto di quell'estate senza sbocchi, e odiai quel piccolo ricciolo di materia grassa che se la spassava tra le vette dei ghiacci perenni del mio frigo, rifugiato, a sbafo, sul materasso giallognolo del mio cibo. D'altronde, era da un pò che succedeva così. Negli ultimi tempi non era passato giorno senza che qualcuno non si fosse avvicinato per sopraffarmi, scansarmi o decidere qualcosa al posto mio. Persino la portinaia, al mio rientro, consegnandomi una lettera sgualcita, non si era detta dispiaciuta per essercisi seduta sopra senza troppi riguardi e averci schiacciato un pisolino da documentario. Almeno fosse stato l'ennesimo avviso di pagamento, mi sarei sbilanciato in un suicidio, ma come scoprii aprendo il labbro della busta bianca stropicciata, la Muller mi informava di essere il vincitore di 69 yogurt alla banana.
Fu in quel testa coda di incredulità e sorpresa che pensai alle belle notizie.
Fu in quella lucida visione della realtà che mi accorsi come, quando tutto va male, l'arrivo di qualcosa di bello nasconde solo un'ulteriore cremosità di veleno e, se mai avessi accettato quel privilegio, come minimo mi sarei ritrovato nel frigo una scimmia.
Così tornai a guardare l'inquilino di quel terzo ripiano che si contorceva nella morbida frescura della mia margarina, e ci fu un attimo in cui arrivai addirittura a invidiare tutti i vermi del mondo, pensando al sudore che cade sempre e solo dalla fronte di chi non osa mettere i piedi nel frigo degli altri.
Ma fu solo un momento. Poi allungai una mano, tolsi il film trasparente che divideva il fresco di quella condizione dall'appiccicosa calura della mia cucina, aspettai che una goccia di condensa umettasse per bene quel grasso verme senza occhi e, preso delicatamente tra due dita, lo portai sul davanzale, sotto un sole cocente.
Buon weekend a tutti
sabato 30 marzo 2013
Caterina
Nell'uovo di Pasqua Caterina ha trovato una caffettiera piuttosto diabolica.
A prima vista, una macchinetta come tante: di alluminio, il corpo diviso in due pezzi, un filtro, sulla testa del coperchio un semplice pomello nero. Senonchè, quando ha provato a mettere l'acqua nel serbatoio, la miscela dove va messa, ha acceso il fuoco e aspettato che la caffettiera cominciasse a borbottare, solo in quel momento si è accorta che quello che stava salendo non era caffè ma gassosa.
Così Caterina ha esaminato da vicino l'uovo da cui era nato il pulcino di quella diavoleria e si è accorta di una cosa.
Perciò ha svuotato la gassosa nel lavandino, svitato la sorpresa, sciacquato il malinteso e, messa nel filtro una polvere segreta, ha di nuovo acceso il fuoco e aspettato che succedesse qualcosa.
Ed ecco di quale invitante profumo ha cominciato a odorare l'intera stanza! Ecco di quale tigrotto borbottio si sono riempite le sue orecchie!
Perchè dopo aver messo due cucchiaini di fantasia nella caffettiera di una pagina bianca, ha capito che la miscela del caffè esiste anche a colori, meglio se con una punta di zucchero; perfetta per addolcire almeno una volta l'amaro di molte miscele del mondo.
Buona Pasqua a tutti
A prima vista, una macchinetta come tante: di alluminio, il corpo diviso in due pezzi, un filtro, sulla testa del coperchio un semplice pomello nero. Senonchè, quando ha provato a mettere l'acqua nel serbatoio, la miscela dove va messa, ha acceso il fuoco e aspettato che la caffettiera cominciasse a borbottare, solo in quel momento si è accorta che quello che stava salendo non era caffè ma gassosa.
Così Caterina ha esaminato da vicino l'uovo da cui era nato il pulcino di quella diavoleria e si è accorta di una cosa.
Perciò ha svuotato la gassosa nel lavandino, svitato la sorpresa, sciacquato il malinteso e, messa nel filtro una polvere segreta, ha di nuovo acceso il fuoco e aspettato che succedesse qualcosa.
Ed ecco di quale invitante profumo ha cominciato a odorare l'intera stanza! Ecco di quale tigrotto borbottio si sono riempite le sue orecchie!
Perchè dopo aver messo due cucchiaini di fantasia nella caffettiera di una pagina bianca, ha capito che la miscela del caffè esiste anche a colori, meglio se con una punta di zucchero; perfetta per addolcire almeno una volta l'amaro di molte miscele del mondo.
Buona Pasqua a tutti
domenica 24 marzo 2013
Distanze
Quando vidi spuntare il folto di una barba lunga, pensai di essere nel posto giusto.
Era da un pò che ne cercavo una, anche se la signora del secondo piano mi aveva detto che non era raccomandabile infilarsi in un vicolo di notte. Meglio andare in stazione. Certe idee, secondo lei, erano troppo rivoluzionarie.
Tutto era iniziato dal barbiere. Accompagnando mio figlio. Guardando un rasoio. Osservando una poltrona regolabile. Una mantellina. Un asciugamano di spugna. Tanti clienti profumati e ben rasati. Così mi ero spinta fin nel corridoio di quella casa abbandonata, dopo aver letto l'articolo di un quotidiano qualunque.
Dalla strada, era bastato fare pochi passi per riuscire a varcare la soglia di un ingresso pressoché inesistente, dove l'unica testimonianza di vita era stata un campanello penzolante, sulla crosta destra di un intonaco, dal cui vomito si distinguevano ancora le bisce di alcuni fili elettrici. Oltre lo stipite, un corridoio sporco, ingombro di oggetti indescrivili. Avevo dovuto dribblare promontori di cartoni disfatti, bottiglie rotte e animali secchi di escrementi; ma anche siringhe, prima di arrivare davanti a una porta soffocata da un fungo di scritte. Confine che avevo aperto con circospezione, toccando con due dita un pomolo unto e freddo, girando appena il polso verso la luce da cui ero entrata. Solo quando la ferita tra la porta e lo stipite aveva sanguinato una penombra silenziosa, avevo azzardato un passo per spingermi più avanti ed entrare, aprendo quasi del tutto quello scudo di legno, lasciando che una zaffata di cattivo odore mi premesse senza delicatezza la sua mano sul viso. Non mi ero spaventata, me l'ero aspettato. Solo dopo pochi istanti avevo cercato di intravedere il pulviscolo di una vita sconosciuta, nascosto in qualche punto indefinito della stanza: allertando i sensi, trattenendo il fiato, immobilizzandomi per un attimo nel tentativo di captare da quale angolo sarebbe resuscitato un respiro.
"Ma siamo a marzo, sicura di volerci già pensare?", mi aveva chiesto la signora del secondo piano, quando le avevo offerto solo una riga di lettere di tutta la pagina di verità che nascondevo. E il suo commento avrebbe potuto anche non essere poi così tanto sbagliato, al punto che per un attimo mi ero detta che forse avrei dovuto aspettare dicembre per infilarmi tra i volontari di un'associazione e fare la mia bella figura. E invece no. Per questo, dopo pochi passi nel ventre acido di quella stanza, con le persiane chiuse e un seghetto di sole a frastagliare di polvere l'abbandono, mi ero chinata sul dorso di quel cartone. E quando avevo intravisto il folto di una barba lunga, avevo capito di aver finalmente trovato ciò che cercavo.
Così avevo lasciato accanto a quel barbone una scatola piena di cibo. E avevo pensato a mio fratello, perso nel mondo, con il timore che in qualche angolo abbandonato e distante, un'altra barba potesse essere cresciuta folta sul volto di un uomo.
Buona serata a tutti
Era da un pò che ne cercavo una, anche se la signora del secondo piano mi aveva detto che non era raccomandabile infilarsi in un vicolo di notte. Meglio andare in stazione. Certe idee, secondo lei, erano troppo rivoluzionarie.
Tutto era iniziato dal barbiere. Accompagnando mio figlio. Guardando un rasoio. Osservando una poltrona regolabile. Una mantellina. Un asciugamano di spugna. Tanti clienti profumati e ben rasati. Così mi ero spinta fin nel corridoio di quella casa abbandonata, dopo aver letto l'articolo di un quotidiano qualunque.
Dalla strada, era bastato fare pochi passi per riuscire a varcare la soglia di un ingresso pressoché inesistente, dove l'unica testimonianza di vita era stata un campanello penzolante, sulla crosta destra di un intonaco, dal cui vomito si distinguevano ancora le bisce di alcuni fili elettrici. Oltre lo stipite, un corridoio sporco, ingombro di oggetti indescrivili. Avevo dovuto dribblare promontori di cartoni disfatti, bottiglie rotte e animali secchi di escrementi; ma anche siringhe, prima di arrivare davanti a una porta soffocata da un fungo di scritte. Confine che avevo aperto con circospezione, toccando con due dita un pomolo unto e freddo, girando appena il polso verso la luce da cui ero entrata. Solo quando la ferita tra la porta e lo stipite aveva sanguinato una penombra silenziosa, avevo azzardato un passo per spingermi più avanti ed entrare, aprendo quasi del tutto quello scudo di legno, lasciando che una zaffata di cattivo odore mi premesse senza delicatezza la sua mano sul viso. Non mi ero spaventata, me l'ero aspettato. Solo dopo pochi istanti avevo cercato di intravedere il pulviscolo di una vita sconosciuta, nascosto in qualche punto indefinito della stanza: allertando i sensi, trattenendo il fiato, immobilizzandomi per un attimo nel tentativo di captare da quale angolo sarebbe resuscitato un respiro.
"Ma siamo a marzo, sicura di volerci già pensare?", mi aveva chiesto la signora del secondo piano, quando le avevo offerto solo una riga di lettere di tutta la pagina di verità che nascondevo. E il suo commento avrebbe potuto anche non essere poi così tanto sbagliato, al punto che per un attimo mi ero detta che forse avrei dovuto aspettare dicembre per infilarmi tra i volontari di un'associazione e fare la mia bella figura. E invece no. Per questo, dopo pochi passi nel ventre acido di quella stanza, con le persiane chiuse e un seghetto di sole a frastagliare di polvere l'abbandono, mi ero chinata sul dorso di quel cartone. E quando avevo intravisto il folto di una barba lunga, avevo capito di aver finalmente trovato ciò che cercavo.
Così avevo lasciato accanto a quel barbone una scatola piena di cibo. E avevo pensato a mio fratello, perso nel mondo, con il timore che in qualche angolo abbandonato e distante, un'altra barba potesse essere cresciuta folta sul volto di un uomo.
Buona serata a tutti
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domenica 3 marzo 2013
Banconote di carne
Bottiglia d'acqua minerale. Piatti sporchi, ormai vuoti.
Tovaglioli ricavati da uno strappo di Scottex. Oltre i vetri della
finestra, un gabbiano inclina le ali per far vedere a
mezz'aria le piume bianche di un ventre volante. Poco sole. Rumori
ordinari. Piccoli ventagli di odore che hanno appena finito di
sventolare sul profumo di un bacio, intreccio amoroso tra un aitante spezzatino e una timida tazza di caffè. Mi alzo per guardare cosa
succede nel mondo e la mia immaginazione si mette a contare le
macchine colorate che passano sul nero della strada, come se, davanti
ai miei occhi, sfilassero palline di carta stagnola sull'ombra di un
pallottoliere di meridiane.
Nello stesso momento sento avvicinarsi un treno, alle mie spalle, oltre il retro del caseggiato. E tra i ricordi, d'improvviso, fischia il convoglio di una locomotiva lontana
Era sempre mia madre a dire: "E' il macchinista che suona. Ha paura che qualcuno si butti sotto al suo treno".
E a me venivano in mente le monete da 100 lire che mio fratello metteva di nascosto sul dorso delle rotaie, dopo essere passato attraverso il buco di una rete che divideva il campetto in cui giocava dalla riva piena di erbacce e immondizia, muovendosi veloce, come un topolino in cerca di guai.
Poi il treno passava e quel piccolo demonio, nel frattempo arretrato e nascosto nemmeno poi così tanto lontano, tornava a riprendere il risultato dei suoi esperimenti, alzando in controluce una tagliente lingua di metallo sottile, girandosi subito dopo per guardarmi e sorridere. Era durante quel momento che i miei occhi si fermavano a disegnare sul quaderno della fantasia ogni persona che si era buttata sotto a quel treno. E sul foglio di carta di quegli esperimenti non tradivo mai l'immensa fede che germoglia nel cuore semplice di chi è bambino, e tutti quei corpi mi apparivano non come una moneta, ma come un'incredibile banconota. Perchè anche se il treno aveva travolto quel qualcuno, le rotaie potevano solo aver aiutato il suo corpo ad allungarsi, come gatto Silvestro nei cartoni animati, e la cosa non mi sembrava così preoccupante come invece sembrava preoccupare lo sguardo di mia madre.
Così immaginavo lo spazio tra le rotaie, pensando che di notte un gruppo di impettiti Funzionari delle Ferrovie comparisse da un buco di buio, per perlustrare. Li vedevo sguinzagliare piccoli animali di luce dopo aver mosso un indice di ferro e cliccato sul fianco delle loro pile. Quant'erano concentrati quegli impiegati, nel tentativo di scovare almeno uno di quei tesori di carta! Mi faceva morir dal ridere immaginare quei distindi signori con i baffi impomatati di olio lubrificante, giacche nere di carbone, cravatte di bulloni lucidi e ciondolanti, capaci di oscillare ogni qualvolta la loro curiosità si chinava sopra ad una scarpa abbandonata o a una vuota scatoletta di tonno. E se il giorno dopo, mia madre, mi portava con lei a fare la spesa, guardavo incantata le bancanote che usava per pagare, sicura che prima o poi avrei scovato il volto di qualcuno travolto da quel treno, felice di sapere che nel portafoglio della mia infanzia non ci sarebbero mai state banconote di carne, solo monete di giochi: senza nessuna ferita rosso sangue, senza lo sferragliante peso del mondo.
Buona serata a tutti
Nello stesso momento sento avvicinarsi un treno, alle mie spalle, oltre il retro del caseggiato. E tra i ricordi, d'improvviso, fischia il convoglio di una locomotiva lontana
Era sempre mia madre a dire: "E' il macchinista che suona. Ha paura che qualcuno si butti sotto al suo treno".
E a me venivano in mente le monete da 100 lire che mio fratello metteva di nascosto sul dorso delle rotaie, dopo essere passato attraverso il buco di una rete che divideva il campetto in cui giocava dalla riva piena di erbacce e immondizia, muovendosi veloce, come un topolino in cerca di guai.
Poi il treno passava e quel piccolo demonio, nel frattempo arretrato e nascosto nemmeno poi così tanto lontano, tornava a riprendere il risultato dei suoi esperimenti, alzando in controluce una tagliente lingua di metallo sottile, girandosi subito dopo per guardarmi e sorridere. Era durante quel momento che i miei occhi si fermavano a disegnare sul quaderno della fantasia ogni persona che si era buttata sotto a quel treno. E sul foglio di carta di quegli esperimenti non tradivo mai l'immensa fede che germoglia nel cuore semplice di chi è bambino, e tutti quei corpi mi apparivano non come una moneta, ma come un'incredibile banconota. Perchè anche se il treno aveva travolto quel qualcuno, le rotaie potevano solo aver aiutato il suo corpo ad allungarsi, come gatto Silvestro nei cartoni animati, e la cosa non mi sembrava così preoccupante come invece sembrava preoccupare lo sguardo di mia madre.
Così immaginavo lo spazio tra le rotaie, pensando che di notte un gruppo di impettiti Funzionari delle Ferrovie comparisse da un buco di buio, per perlustrare. Li vedevo sguinzagliare piccoli animali di luce dopo aver mosso un indice di ferro e cliccato sul fianco delle loro pile. Quant'erano concentrati quegli impiegati, nel tentativo di scovare almeno uno di quei tesori di carta! Mi faceva morir dal ridere immaginare quei distindi signori con i baffi impomatati di olio lubrificante, giacche nere di carbone, cravatte di bulloni lucidi e ciondolanti, capaci di oscillare ogni qualvolta la loro curiosità si chinava sopra ad una scarpa abbandonata o a una vuota scatoletta di tonno. E se il giorno dopo, mia madre, mi portava con lei a fare la spesa, guardavo incantata le bancanote che usava per pagare, sicura che prima o poi avrei scovato il volto di qualcuno travolto da quel treno, felice di sapere che nel portafoglio della mia infanzia non ci sarebbero mai state banconote di carne, solo monete di giochi: senza nessuna ferita rosso sangue, senza lo sferragliante peso del mondo.
Buona serata a tutti
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venerdì 15 febbraio 2013
Adesso so chi vincerà le elezioni
Ci fu un giorno in cui cadde la borsa a una signora anziana. Il contenuto si rovesciò sulle lose di pietra del Budello e, un paio di lenti incastonate in una montatura neanche più tanto dorata, si ruppero.
Ci fu un giorno in cui dal primo piano di un vecchio palazzo scrostato di rosa, nello stesso Budello, cadde un vaso di fiori e una sfortunata turista venne colpita di striscio.
Ci fu un giorno in cui qualcuno mi raccontò di un aereo caduto, un altro in cui sentii parlare di una frana su un'abitazione, e un altro ancora in cui una voce si sbilanciò dicendo che prima o poi, tra tutta la spazzatura lanciata in orbita oltre la nostra atmosfera, qualcosa si sarebbe staccato solo per il gusto di ricaderci in testa.
Qualcuno lo chiama Dio, altri Destino, molti Casualità.
Finchè è arrivato l'oggi e al telegiornale ho sentito parlare di una sassaiola di meteoriti caduta su una zona della Russia e, a quel punto, ho guardato incredula mio marito. Ma non esterrefatta per ciò che era accaduto, neanche poi così tanto inconsueto - ho sempre pensato potesse cadere dal cielo addirittura una lavatrice - allibita per tutti gli asteroidi politici, economici e sociali con cui ci stanno disattivando, così grossi e preoccupanti da essere solo come l'ego del genere umano: sproporzionati e troppo complicati anche per le più semplici leggi universali.
Perchè sembra che nessuno si ricordi mai ciò che siamo in realtà, sopratutto se calcolati come parte infinitesimale di un insieme talmente immenso da non lasciare capacità d'immaginazione. Ecco perchè ero allibita. Siamo un granello di polvere nel buco di culo di un'immensità sconosciuta, in balìa di un dito cosmico in grado di annientarci senza remore o preavviso ancor prima che qualcuno si sia sentito abbastanza piccolo da ritenere possibile che al potere ci sia e ci sarà sempre e comunque la Grande Dittatura dell'Universo, e continuiamo a credere che Bersani o Berlusconi - parlo di loro non per simpatia/antipatia, ma per citare una qualsiasi cellula sterile - abbiano chissà quale planetario e potenziale potere?
Confortante... Non solo siamo sciocchi, ma, sottolineerei, piuttosto presuntuosi. Quindi, per non essere da meno e sentirmi almeno per una volta qualcuno - prima che cada dal cielo anche un frigorifero o una bicicletta - dal parto della mia presunzione, oggi, ai tanti di febbraio quanto potrebbero essere i minuti di vita che ci rimangono, vi dico: le elezioni non le vincerà nessuno, mentre ciò che potremo perdere lo perderemo sicuramente tutti. E questo ancor prima di esserci resi conto che una Smart è molto più vulnerabile di quello che la zampa di un Godzilla della pubblicità voleva farci credere; o prima che tutti i conti della Svizzera, delle Cayman o di qualsiasi altro isolotto fiscale messi insieme possano subire il pesante crollo di possenti pareti blindate, magari solo per la manovra sbagliata di un qualsiasi Kirk di un qualsiasi Enterprise.
Quindi, prima ancora di convincere qualcuno a usare la matita delle votazioni per disegnarsi i baffi da Zorro, direi di provare a fermarci un attimo per guardare almeno un paio di volte il cielo, cosicché, ridimensionate onnipotenze di pensieri vari e tornati ad essere caduci come una foglia qualunque, possa essere ben chiaro una volta per tutte che, come al solito, quel sadico dell'Universo sarà il più indulgente di tutti, mentre la costellazione d'ingordigia dei soliti poteri ci ricadrà addosso, e la sua pioggia di velluti - invece di enormi massi cosmici, per una: e pace fu, una volta per tutte - ottenuta grazie alla seduta di nuove e maledette poltrone, ci soffocherà di nuovo.
Perchè è il sistema quello che deve cambiare. Il punto di vista. L'approccio. Le priorità. Le necessità reali.
Ma questo non cambierà mai finchè non cambierà anche la gente comune.
Perchè, purtroppo, molte delle persone che incontro tutti i giorni per strada sono contagiate dallo stesso virus di 'Grandi Parole e Pessimo Operato'. E, l'unica differenza che c'è tra chi ci sta sopra e loro, è che se sembra che quest'ultime non facciano grandi danni è solo perchè, camminando lungo un asfalto di anonimato, nessuno le degna di grandi attenzioni.
Quindi, mi dispiace doverlo ammetterlo ma, dopo essermi guardata per bene intorno, sono arrivata alla conclusione che tutto in quest'Italia in ebollizione non funziona, e non potrà mai funzionare finchè non ci saranno un minimo di ideali, etica, educazione, altruismo e buon senso. Per cui, la domanda che mi viene più spontanea a questo punto è: per essere testimoni di un qualsiasi, concreto, atto rivoluzionario, dovremo aspettare, per esempio, il giorno in cui oscureranno Facebook?
Buon weekend a tutti
Ci fu un giorno in cui dal primo piano di un vecchio palazzo scrostato di rosa, nello stesso Budello, cadde un vaso di fiori e una sfortunata turista venne colpita di striscio.
Ci fu un giorno in cui qualcuno mi raccontò di un aereo caduto, un altro in cui sentii parlare di una frana su un'abitazione, e un altro ancora in cui una voce si sbilanciò dicendo che prima o poi, tra tutta la spazzatura lanciata in orbita oltre la nostra atmosfera, qualcosa si sarebbe staccato solo per il gusto di ricaderci in testa.
Qualcuno lo chiama Dio, altri Destino, molti Casualità.
Finchè è arrivato l'oggi e al telegiornale ho sentito parlare di una sassaiola di meteoriti caduta su una zona della Russia e, a quel punto, ho guardato incredula mio marito. Ma non esterrefatta per ciò che era accaduto, neanche poi così tanto inconsueto - ho sempre pensato potesse cadere dal cielo addirittura una lavatrice - allibita per tutti gli asteroidi politici, economici e sociali con cui ci stanno disattivando, così grossi e preoccupanti da essere solo come l'ego del genere umano: sproporzionati e troppo complicati anche per le più semplici leggi universali.
Perchè sembra che nessuno si ricordi mai ciò che siamo in realtà, sopratutto se calcolati come parte infinitesimale di un insieme talmente immenso da non lasciare capacità d'immaginazione. Ecco perchè ero allibita. Siamo un granello di polvere nel buco di culo di un'immensità sconosciuta, in balìa di un dito cosmico in grado di annientarci senza remore o preavviso ancor prima che qualcuno si sia sentito abbastanza piccolo da ritenere possibile che al potere ci sia e ci sarà sempre e comunque la Grande Dittatura dell'Universo, e continuiamo a credere che Bersani o Berlusconi - parlo di loro non per simpatia/antipatia, ma per citare una qualsiasi cellula sterile - abbiano chissà quale planetario e potenziale potere?
Confortante... Non solo siamo sciocchi, ma, sottolineerei, piuttosto presuntuosi. Quindi, per non essere da meno e sentirmi almeno per una volta qualcuno - prima che cada dal cielo anche un frigorifero o una bicicletta - dal parto della mia presunzione, oggi, ai tanti di febbraio quanto potrebbero essere i minuti di vita che ci rimangono, vi dico: le elezioni non le vincerà nessuno, mentre ciò che potremo perdere lo perderemo sicuramente tutti. E questo ancor prima di esserci resi conto che una Smart è molto più vulnerabile di quello che la zampa di un Godzilla della pubblicità voleva farci credere; o prima che tutti i conti della Svizzera, delle Cayman o di qualsiasi altro isolotto fiscale messi insieme possano subire il pesante crollo di possenti pareti blindate, magari solo per la manovra sbagliata di un qualsiasi Kirk di un qualsiasi Enterprise.
Quindi, prima ancora di convincere qualcuno a usare la matita delle votazioni per disegnarsi i baffi da Zorro, direi di provare a fermarci un attimo per guardare almeno un paio di volte il cielo, cosicché, ridimensionate onnipotenze di pensieri vari e tornati ad essere caduci come una foglia qualunque, possa essere ben chiaro una volta per tutte che, come al solito, quel sadico dell'Universo sarà il più indulgente di tutti, mentre la costellazione d'ingordigia dei soliti poteri ci ricadrà addosso, e la sua pioggia di velluti - invece di enormi massi cosmici, per una: e pace fu, una volta per tutte - ottenuta grazie alla seduta di nuove e maledette poltrone, ci soffocherà di nuovo.
Perchè è il sistema quello che deve cambiare. Il punto di vista. L'approccio. Le priorità. Le necessità reali.
Ma questo non cambierà mai finchè non cambierà anche la gente comune.
Perchè, purtroppo, molte delle persone che incontro tutti i giorni per strada sono contagiate dallo stesso virus di 'Grandi Parole e Pessimo Operato'. E, l'unica differenza che c'è tra chi ci sta sopra e loro, è che se sembra che quest'ultime non facciano grandi danni è solo perchè, camminando lungo un asfalto di anonimato, nessuno le degna di grandi attenzioni.
Quindi, mi dispiace doverlo ammetterlo ma, dopo essermi guardata per bene intorno, sono arrivata alla conclusione che tutto in quest'Italia in ebollizione non funziona, e non potrà mai funzionare finchè non ci saranno un minimo di ideali, etica, educazione, altruismo e buon senso. Per cui, la domanda che mi viene più spontanea a questo punto è: per essere testimoni di un qualsiasi, concreto, atto rivoluzionario, dovremo aspettare, per esempio, il giorno in cui oscureranno Facebook?
Buon weekend a tutti
lunedì 4 febbraio 2013
Banco offresi per mercato all'angolo di un paradiso
Ho sempre ritenuto indispensabile ritagliare un quadratino di stoffa dallo scampolo di ogni giornata. Possibilmente nel punto dove vedevo un bel disegno. Senza preoccuparmi se fosse abbastanza grande o piccolo da servire a qualcosa. L'importante era che avesse una particolarità; un'attinenza; un suo perchè.
Questo mi ha sempre aiutata a mettere da parte molteplici forme. Nè cioccolatini, nè coriandoli. Solo piccoli ritagli di senso da poter ricombinare insieme. Perchè quando il mercato dell'anima, vuoi per chiusura ferie o temporale su una specifica piazzola, abbia da soffrire per mano di velluti rosso inferno o misti terital da rimaner fulminati, potessi ritrovare un semplice cotone, magari macchiato anche solo da un fiore.
Buon lunedì a tutti
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