lunedì 27 luglio 2015

Il corpo e lo specchio

Toccava sempre a lei, al mattino, guardarsi per prima nell'ovale della toeletta. Alzandosi dal letto incontrava quell'altra, stropicciata e irritante. Prima, da lontano, poi, una volta seduta, se la ritrovava di fronte, rinchiusa in un campo di concentramento di rughe da cui non ne sarebbe uscita viva.
Perché non puzzo ancora? si chiedeva ogni volta.
Non che si augurasse di diventare sapone come sua madre; non che chiedesse spiegazioni al suo lobo frontale,  scongiurando l'afasia che aveva colpito suo padre e che, ridicolmente, lo aveva costretto a ripetere per dieci anni una specie di cinguettio prima dell'elaborazione di insulsi vocaboli sconnessi. Non si augurava niente, guardandosi nel cappio di quello specchio. Le faceva solo ribrezzo essere toccata - lei stessa si sforzava di farlo - tanto che le sue astinenze non erano una forma di privazione sessuale - ho settant'anni, e che diamine!  - ma una rinuncia a vivere - il siero di un veleno, un vaccino - per abituarsi a morire cinque minuti alla volta.

Sentiva che da un po' le si piegavano i piedi in modo diverso. Che i nodi dei capelli si sollevavano verso il caos dell'Universo. Che le calze di pelle al posto dei seni facevano apparire i capezzoli uno sgomento di buchi. E quando si alzava dallo specchio del risveglio, nella trachea un mozzicone di rabbia, era solo per infilare le braccia nello stipite della cucina come nei tubi di spugna delle maniche di un vecchio accappatoio. Ma anche lì: una frattura, la finestra che incontrava; un rettangolo diviso dalla croce di legno di un montante, capace di vivisezionarla in quattro cadaveri fissi.
Padre, Figlio, Spirito Santo e Amen?
E allora perché era ancora viva? Perché quello stillicidio di verità e inganni non le tranciava un'arteria del cuore?
Il vomito, le veniva; la gola infiammata, si sentiva. Se la pressione era già alta, cazzo se le schizzava sotto ai trafiletti dei vecchi giornali, sui pensili! Persino nella circoscritta brodaglia di un caffè individuava quel suo orifizio a culo di pollo mentre partoriva senza doglie uova di imprecazioni e parolacce. Le dava sui nervi, quell'ano sfibrato!
Lo schermo della tv non poteva rimanere spento per un solo secondo che via, a inseguirle quel suo corpo. Per agguantarlo, e distorcerlo, e deriderlo, e catapultarlo, e scoordinarlo, e vaffanculo!
Non poteva andare dalla vicina che, fatti due passi dentro a un appartamento che puzzava di vinavil e cipolla, si vedeva nel vetro bastardo del quadro d'ingresso: sdoppiata, la testa in sella alle corna di due capre; quella Maria, con una nacchera di dentiera dura come unghie dei piedi affettate, che se ne poteva stare a rinsecchire in un ospizio di puttane! Non poteva scendere fin nel negozio di alimentari che una vecchia insegna dei salumi, china dietro al bancone, sembrava lì solo per volerle mostrare come le efelidi nere della muffa rosicchiassero lo specchio per divertirsi a punzecchiarle gli zigomi con cacche di cancro.
Dal tabacchino, a riflettere, c'erano gli accendini d'acciaio. In farmacia, le targhette sui camici. Dal macellaio, il bancone senza impronte digitali di una qualsivoglia pietà. Nel supermercato, bastavano gli occhi delle cassiere. In cielo, quelle troie di stelle, che pur non riflettendo sul grigio del suo tramonto, illudevano gli angoli di anonimi parabrezza, pozzanghere, vetri rotti e corone di tappi, con la loro luce distante, interponendosi.
Insomma, torniamocene a letto, si diceva a sera, sfilandosi i vestiti, ammonticchiandoli sulla toeletta, sperando che prima o poi la notte potesse seppellirli. 
E allora, quell'altra lei, quella rimasta prigioniera di un'implacabile giornata allo specchio, sarebbe scivolata come sangue che macchia un lenzuolo e, coagulata,  sarebbe tornata ciliegia all'albero dei sogni.

Buona giornata a tutti