domenica 13 dicembre 2015

Il levriero

Era all'incirca una settimana che lo vedevo aggirarsi lungo lo stesso tratto di spiaggia, durante la camminata che mi godevo subito dopo pranzo.
Per essere dicembre, il tempo era mite, fin troppo soleggiato, così ne approfittavo per portare i cani di mia sorella fino alla scogliera, a metà passeggiata tra l'abitato di Alassio e Laigueglia.
Era stato proprio trotterellando per la mia buona mezz'ora in quel limpido tepore fuori stagione che avevo notato per la prima volta il suo corpo magro e alto, appena incurvato; anche se più di tutto mi aveva incuriosito il modo buffo che aveva la sua misurata goffaggine nel cercare di mantenere a galla, nella sabbia alta, le scarpe, una coppia di eleganti pinne di vernice, di un lucido nero carbone, senza macchia e senza ombre.
Per il resto, il cappotto di circospezione che lo seguiva si muoveva adagio, scampando appena, mentre il ciondolo dello sguardo si manteneva a terra, forse nel tentativo di evitare i granelli più sporchi.  
Insieme a lui, un magnifico levriero,  altrettanto magro e incurvato, una figura d'animale così rassomigliante che se la bestia si fosse levata sulle zampe dietro le due ossature si sarebbero potute tranquillamente confondere; un levriero impegnato in salti e cambi repentini di traiettoria - e a quale fulminea velocità correva! - divertito, eccitato, una vistosa museruola di vecchiaia a conferirgli intorno alle fauci una dolce ferocia tutta bianca.
Che eleganza! pensai tra me, per il settimo giorno consecutivo, ammirando quell'onda di falcate che comunque conservava ancora la bellezza di un manto metallico e cenerino, di un grigio cangiante.
Stavo proprio guardando il sole invernale seguire la dorsale di quei giochi, quando vidi il cane fermarsi, bloccarsi per la marea di chissà quale buon odore, annusare un tronco abbandonato dal mare a non più di un metro dalla riva e spostarsi su una duna vicina. Lì, tendendo al limite l'arco della sua magrezza, orecchie a mezz'asta e sguardo in direzione dell'uomo, manovrando con abilità dall'interno la sua sac a poche intestinale, sfornò un così fresco e gigantesco panettone da balzarmi subito agli occhi, tanto per le incredibili dimensioni, quanto per le ben visibili - quasi fluorescenti - sfumature di un corposo giallo crema.
Quella pausa durò pochi secondi, è vero, e subito dopo il levriero ricominciò con i suoi salti e le sue corse, di sicuro più agili ed eleganti di prima. Fu il padrone a dimostrare un gran sintonia con l'ormai sopraggiunto clima delle feste. Perché a quel punto, avanzato fino al dolce di nuova produzione, dopo aver lanciato più volte, a destra e sinistra, una sequenza di rapide occhiate senza nemmeno troppa circospezione, divenne così premuroso da poter chiedere a Babbo Natale il conferimento di una carica da Super Eroe. Anche se, forse sottovalutata la dimensione del grande natale, o forse pretendendo di lasciare un regalo un po' troppo prezioso e nascosto - una sorpresa gratuita, per tutti quei bambini che da quel punto sarebbero passati e in quel punto esatto avrebbero giocato - come tentò di coprire il più possibile il dolce con una copiosa spolverizzata di zucchero a velo di sabbia, vuoi per la velocità - mi fece pensare a una metodica e precisa professionalità, di certo acquisita grazie a un ripetuto esercizio quotidiano - vuoi per la posizione quel tanto distaccata da evitare chissà quale forma di educazione, prima sulla punta dell'una e subito dopo sulla punta dell'altra, due gigantesche e freschissime fette di panettone gli rimasero incollate sulla lustra festività dei mocassini, mentre il levriero, forse attirato dal tutto quel gran da fare del suo padrone, gli si avvicinava, alzava una gamba e gli riempiva di un giallo spumante il risvolto dei pantaloni.
Ovviamente, da fedelissimo, per non lasciarlo solo in tutto quel ben di dio di festeggiamenti.

Buon pomeriggio a tutti.

domenica 6 settembre 2015

Strega comanda color...

Si giocava almeno in due. Quando ci si ritrovava in quattro, i gridolini che seguivano le corse alla ricerca del colore da individuare e toccare, mi facevano il solletico fin nelle budella. Mi divertivo, con quel 'Strega comanda color...'; era come se durante quei momenti annusassi un banco di frutta al mercato, in bocca un sapore di gelatine, colorato.

Successe un pomeriggio. Mi trovavo in treno con nonna Clotilde e Clara, mia cugina. Di solito, quel gioco stregato era un rincorrersi nel piccolo parco situato a non più di cento metri da casa, mentre quel giorno - non ricordo nemmeno più il motivo di quel viaggio - io e Clara cominciammo a giocare tra lo scompartimento e il corridoio.
'Strega comanda color... Blu grembiule di Giulio!'.
Clara si lanciò a toccare l'ombrello della nonna, appeso al portabagagli, decretando: - Ho vinto! - ridendo e rimanendo in bilico per alcuni secondi, agganciata al disegno di un ghirigori che ricordava l'orecchio di un elefantino. Poi spostò gli occhi e gongolò: - Adesso tocca a me... - accarezzandosi il mento, prendendo fiato e seguitando con: - Strega comanda color... Arancione gamberetto non ancora morto lesso!
Un ronzio mi fece girare su me stessa; una scarica di agitazione si impossessò delle mie articolazioni; un vuoto pieno, poi di nuovo vuoto, poi di nuovo pieno, gorgogliò in ogni mia cellula cerebrale. Arancione... arancione... arancione... cominciai a ripetere nella confusione di me stessa, piroettando, scandagliando ogni oggetto, stipite o paesaggio a portata di mano.
Intanto, il treno proseguiva la sua corsa sferragliando come un mazzo di chiavi arrugginite, il seno della nonna ballonzolava come una lavatrice in centrifuga e Clara mi guardava.
Fu durante quella frazione di gioco che mia cugina sgranò impercettibilmente le sue due nocciole, umide e lucide. Mi chiesi da quale recondito pertugio della sua fantasia sbocciasse la sua eccitazione, visto che quel treno, a parte il portarci da qualche parte, non sembrava offrire grandi arcobaleni di possibilità. Oltre a noi, infatti, se ne stava seduto composto, sul sedile di fronte a nonna, un signore piccolo, una specie di nano.  L'avevamo trovato lì quand'eravamo arrivate - in effetti, era un ometto strano - e aveva continuato a starsene lì, nella stessa posizione, lo sguardo incantato sul pavimento del mondo, come se qualcuno lo avesse semplicemente dimenticato.
Indossava un vestito lucido, color melanzana e sulla testa aveva una minuscola bombetta in tinta.
Entrando nello scompartimento, appena lo avevamo visto, Clara mi aveva dato una gomitata e io mi ero dovuta coprire la bocca per non ridere.
Ma la nonna era dietro di noi e dopo aver  cantilenato un: - Bambine... - concentrando tutte le note del caso, avevano arpionato i nostri avambracci con le sue famose e micidiali dita a scatto, indirizzandoci gentilmente a sedere.
Per circa dieci minuti, l'elettrodomestico del suo corpo massiccio aveva ostacolato ogni nostro tentativo di risata, poi, spento l'incendio della novità, come nonna si era accorta che la nostra attenzione stava traslocando su altro, la sua stazza si era rilassata e la sua ritrovata gentilezza aveva finito per convincerla a lasciarci libere di giocare al nostro gioco preferito.
E a finire in trappola, come al solito, fui io.
Quando abbassai lo sguardo, infatti, e mi accorsi che la bizzarra eleganza dello sconosciuto era sorretta da un paio di infradito, da cui facevano bella mostra di sé una coppia di piedini pelosi, da hobbit, e le unghie erano colorate da un brillante smalto arancione, il dolore di uno scappellotto precedette di un solo secondo la mia unica possibilità di vittoria.

Buona giornata a tutti.

lunedì 27 luglio 2015

Il corpo e lo specchio

Toccava sempre a lei, al mattino, guardarsi per prima nell'ovale della toeletta. Alzandosi dal letto incontrava quell'altra, stropicciata e irritante. Prima, da lontano, poi, una volta seduta, se la ritrovava di fronte, rinchiusa in un campo di concentramento di rughe da cui non ne sarebbe uscita viva.
Perché non puzzo ancora? si chiedeva ogni volta.
Non che si augurasse di diventare sapone come sua madre; non che chiedesse spiegazioni al suo lobo frontale,  scongiurando l'afasia che aveva colpito suo padre e che, ridicolmente, lo aveva costretto a ripetere per dieci anni una specie di cinguettio prima dell'elaborazione di insulsi vocaboli sconnessi. Non si augurava niente, guardandosi nel cappio di quello specchio. Le faceva solo ribrezzo essere toccata - lei stessa si sforzava di farlo - tanto che le sue astinenze non erano una forma di privazione sessuale - ho settant'anni, e che diamine!  - ma una rinuncia a vivere - il siero di un veleno, un vaccino - per abituarsi a morire cinque minuti alla volta.

Sentiva che da un po' le si piegavano i piedi in modo diverso. Che i nodi dei capelli si sollevavano verso il caos dell'Universo. Che le calze di pelle al posto dei seni facevano apparire i capezzoli uno sgomento di buchi. E quando si alzava dallo specchio del risveglio, nella trachea un mozzicone di rabbia, era solo per infilare le braccia nello stipite della cucina come nei tubi di spugna delle maniche di un vecchio accappatoio. Ma anche lì: una frattura, la finestra che incontrava; un rettangolo diviso dalla croce di legno di un montante, capace di vivisezionarla in quattro cadaveri fissi.
Padre, Figlio, Spirito Santo e Amen?
E allora perché era ancora viva? Perché quello stillicidio di verità e inganni non le tranciava un'arteria del cuore?
Il vomito, le veniva; la gola infiammata, si sentiva. Se la pressione era già alta, cazzo se le schizzava sotto ai trafiletti dei vecchi giornali, sui pensili! Persino nella circoscritta brodaglia di un caffè individuava quel suo orifizio a culo di pollo mentre partoriva senza doglie uova di imprecazioni e parolacce. Le dava sui nervi, quell'ano sfibrato!
Lo schermo della tv non poteva rimanere spento per un solo secondo che via, a inseguirle quel suo corpo. Per agguantarlo, e distorcerlo, e deriderlo, e catapultarlo, e scoordinarlo, e vaffanculo!
Non poteva andare dalla vicina che, fatti due passi dentro a un appartamento che puzzava di vinavil e cipolla, si vedeva nel vetro bastardo del quadro d'ingresso: sdoppiata, la testa in sella alle corna di due capre; quella Maria, con una nacchera di dentiera dura come unghie dei piedi affettate, che se ne poteva stare a rinsecchire in un ospizio di puttane! Non poteva scendere fin nel negozio di alimentari che una vecchia insegna dei salumi, china dietro al bancone, sembrava lì solo per volerle mostrare come le efelidi nere della muffa rosicchiassero lo specchio per divertirsi a punzecchiarle gli zigomi con cacche di cancro.
Dal tabacchino, a riflettere, c'erano gli accendini d'acciaio. In farmacia, le targhette sui camici. Dal macellaio, il bancone senza impronte digitali di una qualsivoglia pietà. Nel supermercato, bastavano gli occhi delle cassiere. In cielo, quelle troie di stelle, che pur non riflettendo sul grigio del suo tramonto, illudevano gli angoli di anonimi parabrezza, pozzanghere, vetri rotti e corone di tappi, con la loro luce distante, interponendosi.
Insomma, torniamocene a letto, si diceva a sera, sfilandosi i vestiti, ammonticchiandoli sulla toeletta, sperando che prima o poi la notte potesse seppellirli. 
E allora, quell'altra lei, quella rimasta prigioniera di un'implacabile giornata allo specchio, sarebbe scivolata come sangue che macchia un lenzuolo e, coagulata,  sarebbe tornata ciliegia all'albero dei sogni.

Buona giornata a tutti

mercoledì 3 giugno 2015

Ritardi

Non avrebbe mai fatto in tempo. Ormai lo sapeva. Succedeva sempre così. Per quanto avesse cercato di organizzarsi, il pomeriggio aveva cominciato a inciampare già sullo zerbino nel dopo pranzo. Con la telefonata di sua madre e quella sua insensata richiesta che lo aveva costretto a girare tra le corsie del Carrefour in cerca di un nuovo ammorbidente per tessuti sintetici al profumo di pompelmo aspro della collina degli aranci. In sintesi, era arrivato tardi in ufficio, salutato dalla dogana di occhiatacce del suo capo e dagli sbuffi di rossetto della signora Remondini. Lo stava aspettando, la gentil dama, le braccia conserte, gli avambracci caricati a cellulite. Le serviva una visura catastale del pollaio della villa dei Mordenti. Che fosse recente. Il più presto possibile, se quei buzzurri non volevano assaggiare tutti i nervetti freschi del suo avvocato. Dopo di lei, tempo le 15, si era presentato Vitaliano, il suo coinquilino, per mano a uno strifinaccio bruciato. 
- Ti sei dimenticato la moka sul gas.
Alle 16.30 aveva chiamato la commercialista per ricordargli che la scadenza del 16 lo avrebbe lasciato zoppo e alle 17 la telefonata di sua sorella che gli chiedeva se aveva trovato il detersivo per delicati - ma non era un ammorbidente per sintetici?  - raccomandandosi che non fosse agli agrumi.
Alzati, siediti, pensa. Accelera, velocizza, spicciati. Sgobba, organizzati, trema. Non ce l'avrebbe mai fatta e la catastrofe si sarebbe abbattuta sul suo già più che provato sistema nervoso. Per questo, uscito dall'ufficio, invece di ritirare la giacca in lavanderia, passare dal barbiere per una sforbiciata e comprare un'orchidea - mi raccomando: che sia bianca, fiorita ma non troppo, con almeno quattro boccioli e un sottovaso di misura - aveva allungato fino al sexy shop più vicino.
- Lubrificante. Voglio il lubrificante più potente che ci sia - era stato il suo unico fiato. Una volta uscito, si era detto che ormai tanto valeva rallentare. Si era addirittura attardato: a guardare le vetrine, a sorridere a un cane senza un occhio e con un'orecchia più vecchia del resto del corpo e ad applaudire alle acrobazie di un paio di ragazzetti con lo skate.
E adesso, che lo fottessero pure, tanto le giornate del cazzo quanto la fidanzata e i genitori di lei, il loro rinfresco per i 25 anni di vita straordinaria e perfetta passati insieme e le loro aspettative verso un futuro genero che avrebbe dovuto possedere doti organizzative eccezionali, biglietto da visita indispensabile per poter ascendere all'Olimpico di mondanità del loro prestigio.
Ormai il lubrificante l'aveva comprato e, dopo la prima sodomizzata, tutto sarebbe andato di sicuro più liscio.

Buona serata a tutti.

venerdì 22 maggio 2015

A

Sei stato tutta la notte con me.
Ho disegnato tra le lenzuola la geometria del mio cuore, annusato l'umidità del tuo respiro. Abbiamo riso, camminato, sbirciato sul fondo di una rupe, giocato a nascondino, saltato al di là di un rumore, corso verso l'ombra di una forma.
È stato lì che mi hai baciata. Sotto il cappello di una silenziosa roccia bianca.

Buona giornata a tutti.

martedì 12 maggio 2015

Una giornata qualunque

La vista sul mare è una porzione d'acqua più dolce del nostro lago profondo, salato di quotidiano.
- Vedrai, andrà tutto bene.
Paole. Ma, chi, decide per chi?
Una federa stropicciata, un linoleum lucido, due letti singoli, la bacheca magica di una camera d'ospedale.
- Perlomeno, sono stati puntuali.
Sicuro, come il destino, mi piacerebbe ribattere.
Adesso è di sotto, tra ferri disinfettati e sporche barzellette da sala operatoria. Così, facciamo due passi: nel corridoio, sul pianerottolo, attraverso una ragnatela di altri destini.
Lì, fuori dal reparto, incrocio il led luminoso dell'ascensore. È piantato sul numero 1.
Uno, come l'indice del mio dito quando pigio il bottone di discesa e l'ascensore risale; o quando il polpastrello conferma la risalita e mi si apre in faccia la porta sul piano di partenza?
E va bene. Continuiamo ad aspettare. A immaginare cosa succede in quella sala disinfettata. A sperare che questa fitta che mi sta lacerando dentro, sia la prima doglia di un travaglio che aiuta a partorire piccole speranze.

Buona giornata a tutti.

giovedì 16 aprile 2015

La maledizione del tredicesimo muffin

Era arrivata a collezionarne dodici, e tutti nel giro di neanche due settimane. Benché le sembrasse impossibile, c'era arrivata. Lei, solitamente tanto inibita....
Erano state le sue amiche a tentarla, dopo essersi scambiate sguardi complici e sorrisi, chiamando quella prova 'La maledizione del tredicesimo muffin'.
- Scommettiamo che finirai per caderci anche tu? - la sfidò Silvia.
Tutto era iniziato per gioco.
- Dai. Assaggia. Lasciati tentare. Ho usato la farina di kamut, le mele e un pizzico di cannella.
Se il primo muffin lo aveva assaggiato più per dimostrare che quell'impasto tanto semplice e perfettamente lievitato altro non era se non una delizia per il palato, quando aveva sentito gli sguardi di quel circolo ristretto di amiche solleticarla fin nel profondo, un'inconsueta smania si era impadronita del suo corpo. Ma, invece di chiedersi da quale punto del suo intimo risalisse tutta quell'inconsueta acquolina, appena lontana dalla sfida di quel salotto si era buttata su Marco, l'amico di sempre, rimanendo lei stessa sorpresa.
Nulla del genere le era mai capitato. Mai incontro altrettanto focoso e soddisfacente l'aveva deliziata.
E così, il secondo muffin, un cuore di lamponi protetto da un pugno di cioccolato fondente, l'aveva spinta tra le braccia di Federico, farmacista, trentenne brizzolato e sorridente. Il terzo, pere e mandorle, a cavallo di Matteo, il suo vicino di casa. Il quarto, farina di riso e frutti di bosco, ad aspirare spermatozoi da Justin, l'istruttore di pilates, e il quinto, farina di farro e castagne, a spalancare ogni porta di servizio a Roberto, un simpatico muratore da cui si era fatta trapanare fino a crollare.
In meno di due settimane, dodici muffin le avevano regalato ben dodici straordinari incontri sessuali.

Benché un tantino confusa, doveva ammettere che quella svolta le aveva scompigliato la vita come mai si sarebbe aspettata. Una rivoluzione, da cui sentiva di uscirne pienamente soddisfatta, vitale e trasgressiva. Al punto da essere sicura fosse finalmente arrivato il momento di intreprendere un personale e straordinario processo di rimodernamento interiore.
Il passato ormai è lontano, si ripeteva, canticchiando con leggerezza quella nuova melodia. Per troppo tempo l'invidia l'aveva frustrata. Donne disinibite: un traguardo che fino a due settimane prima le era apparso luminoso e distante, più di una stella. Perché nonostante il suo aspetto non fosse così male e gli uomini la piacessero da morire, vuoi per l'educazione ricevuta, vuoi per il freno dalla sua patologica timidezza, ogni tentativo di conquista si era sempre dimostrato goffo, sterile e pietoso.
Adesso tutto sarebbe cambiato. Un respiro nuovo le avrebbe riossigenato i polmoni.
Questa è una benedizione! si disse tra sé.  Non capiva ancora bene per quale motivo Silvia, la pasticcera sfidante, l'avesse chiamata 'La maledizione del tredicesimo muffin', ma gli ultimi dodici giorni sembravano essersi susseguiti in un crescendo di sensazioni, di sicuro solo per dimostrare che dopo l'ultimo assaggio nessun uomo le avrebbe più resistito.

- Il tredicesimo? - le domandò Carlotta, che le sedeva accanto sul divano del salotto di Silvia.
- Eh, già - rispose lei.
- Whisky e crema di burro al pistacchio... - s'intromise sorridendo la padrona di casa, presentando su un lustro vassoio d'argento due piccole mammelle di pasta profumata e perfetta, appena dorate su una lieve spaccatura in superficie.
Carlotta si serví per prima. Poi toccò a lei. Masticò a modo, gustando con lentezza la metamorfosi di ogni sua cellula, lo sguardo incantato sullo smalto luccicante dei sorrisi di quel ristretto circolo di amiche. Fu durante quel momento di sospensione che arrivò lo sconquasso. Senza preavviso. Senza odore o sapore. Una sorta di pugno in pieno addome. Al punto che quando si ritrovò a infilare con golosità e ardore una mano tra le cosce di Carlotta, capì di essere rimasta vittima della maledizione saffica del tredicesimo muffin.

Buona giornata a tutti.

venerdì 13 marzo 2015

L'inquilina

Quando vedo qualcuno voltarsi di scatto, non resisto: a mia volta mi giro a spiare.

Successe qualcosa del genere il giorno in cui scoprii il segreto della mia vicina.
La signorina Letizia, anziana, riservata, ambasciatrice di uno scialle candido, non mi aveva mai dato l'impressione di nascondere qualcosa.
In effetti, uno strano rumore era fiorito dal bulbo del suo appartamento ormai da qualche settimana, ma quello che sulle prime definii un lieve e appena udibile ticchettio - sorto un mattino mentre mi trovavo seduta con il naso nella tazzina di un caffè bollente, fissando la parete della mia cucina domandandomi con quale vano della sua vita confinassi - ben presto si era trasformato in una sequenza cadenzata, quasi piacevole, facendomi sorridere come stessi ascoltando un buffo concertino di nacchere; anche se nulla, e dico nulla, di così particolare da farmi sospettare quello che di lì a poco avrei scoperto. 

Di quella donna sapevo ben poco, lo stretto necessario: vedova, senza figli, inquilina di quello stabile dai tempi della sua inaugurazione a metà degli anni quaranta, gentile e riservata; di una riservatezza profumata, invitante, suadente.
Pensare che se quella sera non ci fossimo quasi scontrate sul pianerottolo per combinazione, quel suo voltarsi di scatto per buttare un'occhiata attraverso la ferita aperta dell'uscio dimenticato scostato, non mi avrebbe mai catturata.
In fin dei conti, il suo nome, Letizia Lorenzi, era da sempre solo un elegante e sottile tratto scuro, appena inclinato, in corsivo, inciso sullo scudo luccicante di una targhetta d'ottone. Sempre lustra, quella sua toppa di riverberi, in cui talvolta, passandoci davanti, avvicinavo il volto per divertirmi con l'immagine del mio naso deformato. Era una lente, quella mandorla luminosa. L'illustrazone di una cartolina di realtà con gli stessi angoli smussati che si possono trovare nelle fiabe.

- Sa, mi sarebbe tanto piaciuto avere un nipotino - sentii dire un giorno alla signora Letizia. Stava parlando con il signor Carlo, un vecchietto dignitoso, sempre per mano a magri sacchetti di spesa. I due, erano al centro del pianerottolo, un disimpegno esagonale con quattro porte - tre, gli usci dei nostri appartamenti. L'uomo, le aveva risposto con un sorriso, inclinando appena la fronte per guardarla al di sopra della montatura delle sue rinunce, e lei, stringendosi appena sotto alla gola il bianco dello scialle, lo aveva ringraziato con un: - Ma su, venga un'altra volta a bere una tazza di tè! Ho ancora qualcuno di quei biscottini...

In effetti, fu solo una rapida occhiata quella che diedi all'interno dell'appartamento, prima che la gentilezza della signora Letizia tornasse a nascondersi dietro al vecchio uscio di legno scuro. Ma tanto bastò per chiedermi se il mio naso, questa volta, si fosse avvicinato un po' troppo allo spioncino di un'illusione.
Perché ciò che vidi fu un corridoio, una bugia di ottone a sorreggere il frutto luminoso di una candela, un piccolo bancone di legno addossato a una parete e due figure: una, quella di un dignitoso vecchietto, in piedi, di profilo, gli occhiali sulla punta del naso, un piccolo martello e uno scalpello tra le mani, e l'altra, quella di un burattino, di legno, seduto sul bancone, un cappellino di carta e un corto grembiulino, un lungo naso a punta e un battito di nacchere di quelle che immaginai sarebbero presto diventate le mani di un bambino.

Buona giornata a tutti

sabato 21 febbraio 2015

Il dottor Dolore

Gli studi medici li aveva già visitati tutti. I sintomi le erano sembrati così chiari ed evidenti da aspettarsi una diagnosi precoce. E invece niente. Sembrava che nessuno ci capisse qualcosa.
Era passata dal Professor Demetrio di via Adige, stimato otorinolaringoiatra sulla sessantina, capelli bianchi e camice grigio.
Da un certo dottor Colombo, cardiologo, un ometto con svolazzi da studente fuori corso e segreteria incapsulata in una supposta di profumo e messa in piega.
Dalla dottoressa Anita Antolomei Varesotta, allergologa, un porta occhiali di donna con catena di plastica d'oro ancorata alle astine di una montatura  abbronzata.
Fino a quando era arrivata a conoscere a fondo quel dottor Dolore, ematologo, lo studio strozzato nei citofoni d'ottone di due palazzi antichi, l'entrata oltre un cortile verde di pietre muschiate e solitarie kèntie, un breve porticato, tre scalini, la porta di un favoloso legno pregiato. Il portiere, un ometto cinese che masticava indicazioni e gengive: - Ascensole lotto. Due rampe di scale. Odore di marmo e omelette al Camambert e prosciutto cotto di cervo, velluti di silenzio, alte vetrate su grondaie di rame.
Era stato lì che, finalmente, spiegando nel dettaglio i sintomi a quella figura seria, possente, tacita e inevitabile, le era stato consigliato un esame mirato. E quando la settimana dopo era tornata, porgendo gli incartamenti a quel Dolore grande e sicuro attraverso il ponte di una scrivania ingombra di scritti, la voce di un'implacabile sentenza: - È come sospettavo. Ormai non c'è più nulla da fare. Si rassegni: è condannata. Vede questo valore fuori scala di: Caparbia a vantaggio di Pensieri e Parole? Lei soffre di una malattia autoimmune. Legga: Gruppo sanguigno: Inchiostro Rh positivo. Mi dispiace, notorietà o anonimato, per trovare appena un po' di sollievo dalla sua forma di ossessione, può solo continuare la sua esistenza sotto il giogo dello scrivere storie. 

Buon week end a tutti.

mercoledì 4 febbraio 2015

Filosofia delle noccioline

Tutte le volte cadevo con lo sguardo là.
Continuavo a sentire le mie amiche ripetere: - Gli uomini ragionano con quello... - e sotto di quello mi aspettavo di veder gonfiare intelligenti testicoli di pensieri, come se prima o poi potessi incontrare qualcuno a cui sarebbero spuntate interessanti vignette dei Peanuts.

Buona giornata a tutti

martedì 20 gennaio 2015

Companatico del mattino

Senza un minimo di buon senso e dignità, siamo solo corpi che mangiano, bevono, cagano e aspettano la morte.

Buona giornata a tutti

sabato 10 gennaio 2015

La mia Parigi

Sono di nuovo qui, come ogni giorno. Seduta vicino a quattro finestre affacciate su lunghe collane di onde appena slacciate dal collo di un orizzonte gonfio di nubi. Distanti, da questo profumo di pesto e dal vivace brusio di forchette e grissini.
Il mio tavolino è sempre rotondo; io e la mia giacca, altre due forme di fronte. Sopra di me, un soffitto alto, di legno, così possente e distante da nascondere qualsiasi frattura di fondo.
A cosa stai pensando? mi domando, fissando per un unico secondo la porta. Al sipario di una sorpresa? O al bambino che dietro alle tue spalle sta brucando insalata come un capretto appena svezzato, intento ad assaggiare il mondo?
Mi dico: - Chi potrebbe mai raggiungerci in questa piccola scatola di umanità mollemente impegnata ad ascoltare un'unica voce: la propria pancia?
Soprassalto, quando qualcuno spara dal niente: - Gnocchi o ravioli?
Poi torno a fissare la porta.
Oltre al ripiano di un tavolino.
Oltre a una Parigi di quotidiani, astratta Tour Eiffel di immagini e carta.

Buon week end a tutti.

venerdì 2 gennaio 2015

Bambolina

Erano in due, ho iniziato a raccontare, è stato un attimo. Al che lui mi chiede se li ho visti in faccia, e io a ripetere di no, che dall'odore potevano essere due bancari come due postini, due mafiosi come due perfetti padri di famiglia.
Mi sono ritrovata contro il muro, dico io, il palmo di una mano sulla nuca, la zip di un pantalone a spingere contro l'osso sacro della mia minigonna; se non fosse stato così buio....
Lui alza il dito medio contro il lampione e ghigna.
Tanto è solo il mio culo! gli urlo in faccia. Tanto è solo la tua fottuta AIDS! ribatte lui.
Poi tira fuori i soliti biglietti da 100. Li sventola davanti al buco della mia vita e mi soffia addosso: - Al prossimo contagio, mia bella bambolina.

Buon week end a tutti.