sabato 12 marzo 2016

Destini

Si era appena lasciato cadere dal balcone. Aveva sempre immaginato il solletico del vento durante molte mattine di primavera, quando nell'aria piroetta un delizioso profumo di caffè e pane. Mentre adesso che le mani della gravità lo stavano spingendo sette piani più in basso, verso la strada o il marciapiede, un attimo di ripensamento l'aveva colto di sorpresa. Anche se ormai...

Si trovava in quello stabile da circa tre mesi. Se aveva deciso di lasciarsi portar via dal vento era per via dello stelo di solitudine che lo reggeva. A piacergli erano solo i vicini, una famiglia rumorosa e allegra, genitori e tre figli, due femmine e un maschio. Le loro risate e i loro schiamazzi lo avevano in qualche modo nutrito. Li spiava ogni qualvolta uscivano sul balcone, uno spazio rigoglioso di piante, giocattoli, tavoli e sedie, due sdraio a righe come maglie da calcio, musica e un sacco di libri. Insomma, molto accogliente. Così diverso dal vuoto delle sue giornate dove solo tre vasi di terra secca e erbacce erano appesi alla ringhiera. Più volte si era chiesto se fosse nato in quel rigoglio cosa sarebbe successo. Anche se ormai...

Si stupì di sentire ancora qualcosa. Sradicare il proprio essere dalla terra dove si è nati, lo avrebbe detto molto più doloroso. E invece era planato, lasciando che a esistere fosse solo la sua leggerezza. Strada o marciapiede non faceva alcuna differenza. Si era buttato, questo, il solo gesto che conta.

Quella mattina Camilla scese le scale cinque minuti prima del solito. Leone, il suo fratellino di soli tre anni, alle 5.45 di quello stesso giorno aveva deciso di sfrattare il sonno dalle palpebre e abbandonare i draghi delle lenzuola per passare a batter tamburo sul suo sedere e su quello di sua sorella Emi. Lei, nove anni, sua sorella sette.
Leone la catapulta, bravissimo a colpire in pieno il sonno dei genitori balzando come una ranocchia sui loro sogni, tuffando una testa di capelli rossi in quella piccola tinozza di spazio e tepore che nasce tra due cuscini.
E così, alle 7.00, ecco che son già tutti intorno al tavolo della cucina a far colazione, dopo una battaglia di coccole e risate, in quella grande isola che è il lettone.

Camilla tornò da scuola per pranzo, zaino in spalla e un nuovo libro di avventure tra le mani. Il secondo regalo del mese, grazie a due nove di italiano e la soddisfazione della nuova maestra. Maestra che le aveva consigliato di leggere quelle pagine con attenzione. Il protagonista, infatti, solo e infelice, era stato capace, con un solo gesto, di cambiare il proprio destino.

Dopo aver schiacciato un brufolo del citofono, fu come fece per entrare nella bocca del portone che la ragazzina lo vide. Era per terra, pochi passi più in là, tra la carta vuota e stropicciata di un Kinder e il ricciolo secco della cacca di un cane. Era la prima volta che le capitava di trovarne uno. Tanto più lì, in una strada qualunque e polverosa della sua caotica città.
Si avvicinò per guardarlo meglio ed essere sicura di non aver preso un abbaglio.
Uno, due, tre, quattro... Urca! esclamò tra sé. Allungò una mano e lo raccolse, con delicatezza. Lo esaminò contro luce. Lo annusò. Lo appoggio un attimo sul letto della mano. Poi decise che lo avrebbe messo tra le pagine del suo nuovo libro e portato a casa con sé.
Un quadrifoglio, arrivato da chissà dove. Un quadrifoglio che da un giorno le avrebbe potuto portare fortuna e magari, chissà, anche aiutarla a cambiare il suo destino, se mai si fosse sentita triste e sola.

Buon weekend a tutti

domenica 13 dicembre 2015

Il levriero

Era all'incirca una settimana che lo vedevo aggirarsi lungo lo stesso tratto di spiaggia, durante la camminata che mi godevo subito dopo pranzo.
Per essere dicembre, il tempo era mite, fin troppo soleggiato, così ne approfittavo per portare i cani di mia sorella fino alla scogliera, a metà passeggiata tra l'abitato di Alassio e Laigueglia.
Era stato proprio trotterellando per la mia buona mezz'ora in quel limpido tepore fuori stagione che avevo notato per la prima volta il suo corpo magro e alto, appena incurvato; anche se più di tutto mi aveva incuriosito il modo buffo che aveva la sua misurata goffaggine nel cercare di mantenere a galla, nella sabbia alta, le scarpe, una coppia di eleganti pinne di vernice, di un lucido nero carbone, senza macchia e senza ombre.
Per il resto, il cappotto di circospezione che lo seguiva si muoveva adagio, scampando appena, mentre il ciondolo dello sguardo si manteneva a terra, forse nel tentativo di evitare i granelli più sporchi.  
Insieme a lui, un magnifico levriero,  altrettanto magro e incurvato, una figura d'animale così rassomigliante che se la bestia si fosse levata sulle zampe dietro le due ossature si sarebbero potute tranquillamente confondere; un levriero impegnato in salti e cambi repentini di traiettoria - e a quale fulminea velocità correva! - divertito, eccitato, una vistosa museruola di vecchiaia a conferirgli intorno alle fauci una dolce ferocia tutta bianca.
Che eleganza! pensai tra me, per il settimo giorno consecutivo, ammirando quell'onda di falcate che comunque conservava ancora la bellezza di un manto metallico e cenerino, di un grigio cangiante.
Stavo proprio guardando il sole invernale seguire la dorsale di quei giochi, quando vidi il cane fermarsi, bloccarsi per la marea di chissà quale buon odore, annusare un tronco abbandonato dal mare a non più di un metro dalla riva e spostarsi su una duna vicina. Lì, tendendo al limite l'arco della sua magrezza, orecchie a mezz'asta e sguardo in direzione dell'uomo, manovrando con abilità dall'interno la sua sac a poche intestinale, sfornò un così fresco e gigantesco panettone da balzarmi subito agli occhi, tanto per le incredibili dimensioni, quanto per le ben visibili - quasi fluorescenti - sfumature di un corposo giallo crema.
Quella pausa durò pochi secondi, è vero, e subito dopo il levriero ricominciò con i suoi salti e le sue corse, di sicuro più agili ed eleganti di prima. Fu il padrone a dimostrare un gran sintonia con l'ormai sopraggiunto clima delle feste. Perché a quel punto, avanzato fino al dolce di nuova produzione, dopo aver lanciato più volte, a destra e sinistra, una sequenza di rapide occhiate senza nemmeno troppa circospezione, divenne così premuroso da poter chiedere a Babbo Natale il conferimento di una carica da Super Eroe. Anche se, forse sottovalutata la dimensione del grande natale, o forse pretendendo di lasciare un regalo un po' troppo prezioso e nascosto - una sorpresa gratuita, per tutti quei bambini che da quel punto sarebbero passati e in quel punto esatto avrebbero giocato - come tentò di coprire il più possibile il dolce con una copiosa spolverizzata di zucchero a velo di sabbia, vuoi per la velocità - mi fece pensare a una metodica e precisa professionalità, di certo acquisita grazie a un ripetuto esercizio quotidiano - vuoi per la posizione quel tanto distaccata da evitare chissà quale forma di educazione, prima sulla punta dell'una e subito dopo sulla punta dell'altra, due gigantesche e freschissime fette di panettone gli rimasero incollate sulla lustra festività dei mocassini, mentre il levriero, forse attirato dal tutto quel gran da fare del suo padrone, gli si avvicinava, alzava una gamba e gli riempiva di un giallo spumante il risvolto dei pantaloni.
Ovviamente, da fedelissimo, per non lasciarlo solo in tutto quel ben di dio di festeggiamenti.

Buon pomeriggio a tutti.

domenica 6 settembre 2015

Strega comanda color...

Si giocava almeno in due. Quando ci si ritrovava in quattro, i gridolini che seguivano le corse alla ricerca del colore da individuare e toccare, mi facevano il solletico fin nelle budella. Mi divertivo, con quel 'Strega comanda color...'; era come se durante quei momenti annusassi un banco di frutta al mercato, in bocca un sapore di gelatine, colorato.

Successe un pomeriggio. Mi trovavo in treno con nonna Clotilde e Clara, mia cugina. Di solito, quel gioco stregato era un rincorrersi nel piccolo parco situato a non più di cento metri da casa, mentre quel giorno - non ricordo nemmeno più il motivo di quel viaggio - io e Clara cominciammo a giocare tra lo scompartimento e il corridoio.
'Strega comanda color... Blu grembiule di Giulio!'.
Clara si lanciò a toccare l'ombrello della nonna, appeso al portabagagli, decretando: - Ho vinto! - ridendo e rimanendo in bilico per alcuni secondi, agganciata al disegno di un ghirigori che ricordava l'orecchio di un elefantino. Poi spostò gli occhi e gongolò: - Adesso tocca a me... - accarezzandosi il mento, prendendo fiato e seguitando con: - Strega comanda color... Arancione gamberetto non ancora morto lesso!
Un ronzio mi fece girare su me stessa; una scarica di agitazione si impossessò delle mie articolazioni; un vuoto pieno, poi di nuovo vuoto, poi di nuovo pieno, gorgogliò in ogni mia cellula cerebrale. Arancione... arancione... arancione... cominciai a ripetere nella confusione di me stessa, piroettando, scandagliando ogni oggetto, stipite o paesaggio a portata di mano.
Intanto, il treno proseguiva la sua corsa sferragliando come un mazzo di chiavi arrugginite, il seno della nonna ballonzolava come una lavatrice in centrifuga e Clara mi guardava.
Fu durante quella frazione di gioco che mia cugina sgranò impercettibilmente le sue due nocciole, umide e lucide. Mi chiesi da quale recondito pertugio della sua fantasia sbocciasse la sua eccitazione, visto che quel treno, a parte il portarci da qualche parte, non sembrava offrire grandi arcobaleni di possibilità. Oltre a noi, infatti, se ne stava seduto composto, sul sedile di fronte a nonna, un signore piccolo, una specie di nano.  L'avevamo trovato lì quand'eravamo arrivate - in effetti, era un ometto strano - e aveva continuato a starsene lì, nella stessa posizione, lo sguardo incantato sul pavimento del mondo, come se qualcuno lo avesse semplicemente dimenticato.
Indossava un vestito lucido, color melanzana e sulla testa aveva una minuscola bombetta in tinta.
Entrando nello scompartimento, appena lo avevamo visto, Clara mi aveva dato una gomitata e io mi ero dovuta coprire la bocca per non ridere.
Ma la nonna era dietro di noi e dopo aver  cantilenato un: - Bambine... - concentrando tutte le note del caso, avevano arpionato i nostri avambracci con le sue famose e micidiali dita a scatto, indirizzandoci gentilmente a sedere.
Per circa dieci minuti, l'elettrodomestico del suo corpo massiccio aveva ostacolato ogni nostro tentativo di risata, poi, spento l'incendio della novità, come nonna si era accorta che la nostra attenzione stava traslocando su altro, la sua stazza si era rilassata e la sua ritrovata gentilezza aveva finito per convincerla a lasciarci libere di giocare al nostro gioco preferito.
E a finire in trappola, come al solito, fui io.
Quando abbassai lo sguardo, infatti, e mi accorsi che la bizzarra eleganza dello sconosciuto era sorretta da un paio di infradito, da cui facevano bella mostra di sé una coppia di piedini pelosi, da hobbit, e le unghie erano colorate da un brillante smalto arancione, il dolore di uno scappellotto precedette di un solo secondo la mia unica possibilità di vittoria.

Buona giornata a tutti.

lunedì 27 luglio 2015

Il corpo e lo specchio

Toccava sempre a lei, al mattino, guardarsi per prima nell'ovale della toeletta. Alzandosi dal letto incontrava quell'altra, stropicciata e irritante. Prima, da lontano, poi, una volta seduta, se la ritrovava di fronte, rinchiusa in un campo di concentramento di rughe da cui non ne sarebbe uscita viva.
Perché non puzzo ancora? si chiedeva ogni volta.
Non che si augurasse di diventare sapone come sua madre; non che chiedesse spiegazioni al suo lobo frontale,  scongiurando l'afasia che aveva colpito suo padre e che, ridicolmente, lo aveva costretto a ripetere per dieci anni una specie di cinguettio prima dell'elaborazione di insulsi vocaboli sconnessi. Non si augurava niente, guardandosi nel cappio di quello specchio. Le faceva solo ribrezzo essere toccata - lei stessa si sforzava di farlo - tanto che le sue astinenze non erano una forma di privazione sessuale - ho settant'anni, e che diamine!  - ma una rinuncia a vivere - il siero di un veleno, un vaccino - per abituarsi a morire cinque minuti alla volta.

Sentiva che da un po' le si piegavano i piedi in modo diverso. Che i nodi dei capelli si sollevavano verso il caos dell'Universo. Che le calze di pelle al posto dei seni facevano apparire i capezzoli uno sgomento di buchi. E quando si alzava dallo specchio del risveglio, nella trachea un mozzicone di rabbia, era solo per infilare le braccia nello stipite della cucina come nei tubi di spugna delle maniche di un vecchio accappatoio. Ma anche lì: una frattura, la finestra che incontrava; un rettangolo diviso dalla croce di legno di un montante, capace di vivisezionarla in quattro cadaveri fissi.
Padre, Figlio, Spirito Santo e Amen?
E allora perché era ancora viva? Perché quello stillicidio di verità e inganni non le tranciava un'arteria del cuore?
Il vomito, le veniva; la gola infiammata, si sentiva. Se la pressione era già alta, cazzo se le schizzava sotto ai trafiletti dei vecchi giornali, sui pensili! Persino nella circoscritta brodaglia di un caffè individuava quel suo orifizio a culo di pollo mentre partoriva senza doglie uova di imprecazioni e parolacce. Le dava sui nervi, quell'ano sfibrato!
Lo schermo della tv non poteva rimanere spento per un solo secondo che via, a inseguirle quel suo corpo. Per agguantarlo, e distorcerlo, e deriderlo, e catapultarlo, e scoordinarlo, e vaffanculo!
Non poteva andare dalla vicina che, fatti due passi dentro a un appartamento che puzzava di vinavil e cipolla, si vedeva nel vetro bastardo del quadro d'ingresso: sdoppiata, la testa in sella alle corna di due capre; quella Maria, con una nacchera di dentiera dura come unghie dei piedi affettate, che se ne poteva stare a rinsecchire in un ospizio di puttane! Non poteva scendere fin nel negozio di alimentari che una vecchia insegna dei salumi, china dietro al bancone, sembrava lì solo per volerle mostrare come le efelidi nere della muffa rosicchiassero lo specchio per divertirsi a punzecchiarle gli zigomi con cacche di cancro.
Dal tabacchino, a riflettere, c'erano gli accendini d'acciaio. In farmacia, le targhette sui camici. Dal macellaio, il bancone senza impronte digitali di una qualsivoglia pietà. Nel supermercato, bastavano gli occhi delle cassiere. In cielo, quelle troie di stelle, che pur non riflettendo sul grigio del suo tramonto, illudevano gli angoli di anonimi parabrezza, pozzanghere, vetri rotti e corone di tappi, con la loro luce distante, interponendosi.
Insomma, torniamocene a letto, si diceva a sera, sfilandosi i vestiti, ammonticchiandoli sulla toeletta, sperando che prima o poi la notte potesse seppellirli. 
E allora, quell'altra lei, quella rimasta prigioniera di un'implacabile giornata allo specchio, sarebbe scivolata come sangue che macchia un lenzuolo e, coagulata,  sarebbe tornata ciliegia all'albero dei sogni.

Buona giornata a tutti

mercoledì 3 giugno 2015

Ritardi

Non avrebbe mai fatto in tempo. Ormai lo sapeva. Succedeva sempre così. Per quanto avesse cercato di organizzarsi, il pomeriggio aveva cominciato a inciampare già sullo zerbino nel dopo pranzo. Con la telefonata di sua madre e quella sua insensata richiesta che lo aveva costretto a girare tra le corsie del Carrefour in cerca di un nuovo ammorbidente per tessuti sintetici al profumo di pompelmo aspro della collina degli aranci. In sintesi, era arrivato tardi in ufficio, salutato dalla dogana di occhiatacce del suo capo e dagli sbuffi di rossetto della signora Remondini. Lo stava aspettando, la gentil dama, le braccia conserte, gli avambracci caricati a cellulite. Le serviva una visura catastale del pollaio della villa dei Mordenti. Che fosse recente. Il più presto possibile, se quei buzzurri non volevano assaggiare tutti i nervetti freschi del suo avvocato. Dopo di lei, tempo le 15, si era presentato Vitaliano, il suo coinquilino, per mano a uno strifinaccio bruciato. 
- Ti sei dimenticato la moka sul gas.
Alle 16.30 aveva chiamato la commercialista per ricordargli che la scadenza del 16 lo avrebbe lasciato zoppo e alle 17 la telefonata di sua sorella che gli chiedeva se aveva trovato il detersivo per delicati - ma non era un ammorbidente per sintetici?  - raccomandandosi che non fosse agli agrumi.
Alzati, siediti, pensa. Accelera, velocizza, spicciati. Sgobba, organizzati, trema. Non ce l'avrebbe mai fatta e la catastrofe si sarebbe abbattuta sul suo già più che provato sistema nervoso. Per questo, uscito dall'ufficio, invece di ritirare la giacca in lavanderia, passare dal barbiere per una sforbiciata e comprare un'orchidea - mi raccomando: che sia bianca, fiorita ma non troppo, con almeno quattro boccioli e un sottovaso di misura - aveva allungato fino al sexy shop più vicino.
- Lubrificante. Voglio il lubrificante più potente che ci sia - era stato il suo unico fiato. Una volta uscito, si era detto che ormai tanto valeva rallentare. Si era addirittura attardato: a guardare le vetrine, a sorridere a un cane senza un occhio e con un'orecchia più vecchia del resto del corpo e ad applaudire alle acrobazie di un paio di ragazzetti con lo skate.
E adesso, che lo fottessero pure, tanto le giornate del cazzo quanto la fidanzata e i genitori di lei, il loro rinfresco per i 25 anni di vita straordinaria e perfetta passati insieme e le loro aspettative verso un futuro genero che avrebbe dovuto possedere doti organizzative eccezionali, biglietto da visita indispensabile per poter ascendere all'Olimpico di mondanità del loro prestigio.
Ormai il lubrificante l'aveva comprato e, dopo la prima sodomizzata, tutto sarebbe andato di sicuro più liscio.

Buona serata a tutti.

venerdì 22 maggio 2015

A

Sei stato tutta la notte con me.
Ho disegnato tra le lenzuola la geometria del mio cuore, annusato l'umidità del tuo respiro. Abbiamo riso, camminato, sbirciato sul fondo di una rupe, giocato a nascondino, saltato al di là di un rumore, corso verso l'ombra di una forma.
È stato lì che mi hai baciata. Sotto il cappello di una silenziosa roccia bianca.

Buona giornata a tutti.

martedì 12 maggio 2015

Una giornata qualunque

La vista sul mare è una porzione d'acqua più dolce del nostro lago profondo, salato di quotidiano.
- Vedrai, andrà tutto bene.
Paole. Ma, chi, decide per chi?
Una federa stropicciata, un linoleum lucido, due letti singoli, la bacheca magica di una camera d'ospedale.
- Perlomeno, sono stati puntuali.
Sicuro, come il destino, mi piacerebbe ribattere.
Adesso è di sotto, tra ferri disinfettati e sporche barzellette da sala operatoria. Così, facciamo due passi: nel corridoio, sul pianerottolo, attraverso una ragnatela di altri destini.
Lì, fuori dal reparto, incrocio il led luminoso dell'ascensore. È piantato sul numero 1.
Uno, come l'indice del mio dito quando pigio il bottone di discesa e l'ascensore risale; o quando il polpastrello conferma la risalita e mi si apre in faccia la porta sul piano di partenza?
E va bene. Continuiamo ad aspettare. A immaginare cosa succede in quella sala disinfettata. A sperare che questa fitta che mi sta lacerando dentro, sia la prima doglia di un travaglio che aiuta a partorire piccole speranze.

Buona giornata a tutti.