lunedì 30 dicembre 2013

Rituali

Circondarsi di candele: ecco di cosa aveva bisogno. Una vasca da bagno con un'alta marea d'acqua e bagnoschiuma, la musica di un vecchio album dei R.E.M., due giri di chiave alla porta di casa e il cellulare a nanna sotto a un cuscino del divano.
Tanto, non avrebbe chiamato, lo sapeva. Ma non aveva importanza. Era da un pò che non ne aveva più.

Non ci si può opporre al numero 37 delle proprie suole quando si cammina 25, 5 centimetri per volta, quanto la lunghezza del proprio piede; tanto vale concentrarsi sul modello di scarpe. O sul rituale del bagno. Sui gesti. Sui profumi di casa. Su un elegante abitino di raso.
Perché lo specchio, per sincero che sia, può farti anche capire che ti vai bene per quello che sei.
L'uomo dei sogni, talvolta, è un'illusione di riferimento, un prigioniero delle chiacchiere di un'amica trentenne, di una madre, di un costume sociale, idealizzato per dovere e aspettative, fino a infastidire come un modello di lavatrice in un occhio; finendo per essere un'idea che tiene compagnia, una sagoma di riferimento da vestire e denudare con abiti di carta, come fosse un gioco da bambina.
Tanto vale indugiare nell'acqua, inspirare vapori profumati di cocco, ascoltare la voce incastonata nella memoria di una canzone lasciando girovagare il sangue lungo il circuito vitale di un'arteria...
Finché i polpastrelli perdono le impronte digitali di ogni certezza e il presente si trasforma nel corpo seducente di un discreto, magico e piacevole compagno di viaggio.

Buona settimana a tutti

lunedì 23 dicembre 2013

Favola di Natale

- Io devo raccontarti una storia - disse la vecchia.
- Quell'anno si era sotto Natale. Il tempo ancora buono. Aspettavamo una mareggiata che portasse almeno qualche conchiglia dal mare. Perché la stagione dell'aridità umana ci circondava, impantanandoci sempre di più in una bassa marea di fango, sassi e pezzi di vetro. Capitò di sabato, almeno questo lo ricordo. La trovai nella posta. Poche righe sotto alla risposta di una mia domanda. Ecco, non so neppure dirti le parole esatte che avevo scritto, o le virgole che usò lui nel rispondermi. Eppure, la sentii. Senza aver fatto nulla per meritarla. Tanto che rilessi tutti quegli spazi bianchi (era lì in mezzo che l'avevo intravista danzare, come una minuscola e discreta ballerina di note), almeno un centinaio di volte, finendo per rincorrerla come il melodioso ritornello di una vecchia canzone. Quello, fu il mio regalo di Natale. Quella, fu la conchiglia che non ha bisogno di roboanti mareggiate per arrivare. La gentilezza, fu il fiocco rosso che impacchettò la danza di tutti quei bioccoli bianchi. Nonostante non ci fossero carrozze. Né abeti. Né cavalli dorati. Né elicotteri. Né crociere. Né affollamenti di scollature e gioielli. Solo spazi bianchi. Cosi semplici e ricchi  da possedere uno straordinario suono. 

Buon Natale a tutti

sabato 21 dicembre 2013

Vorrei

I giorni si susseguono. Cerco quella musica che non ho mai ascoltato. Un giorno un bacio scende sotto zero, un giorno il tiepidume di una settimana fuori luogo si arrampica sulla didascalia di una scala senza numeri. 
Vorrei avere nelle pupille il verde del bosso, nelle narici l'odore dei dolci. Vorrei saper combattere ogni giorno il sottosuolo del mondo, assopirmi per sognare, allacciarmi le scarpe da sola e non dover inciampare nel sasso di un riccio. Vorrei. Questa è una parola. In un labirinto. Mentre ciò di cui ho bisogno è alzare il bavero di un cappotto grigio per tenere al caldo il collo del mio fragile mondo.

Buon week end a tutti

venerdì 6 dicembre 2013

Tristezza in rima

Sono mare senza onda, sabbia senza conchiglia; cabina senza penombra,  costume senza meraviglia.
Ecco perché si chiama autunno.
Ecco perché il ghigno di una nube mi piove addosso un raggio di grigio senza vaniglia.

venerdì 29 novembre 2013

Federa di carta

- Una federa di carta è ciò che ti serve.
- Tu credi?
- Certo. Ma solo se lo ami.
- Lo amo. Anzi, li amo.
- E allora, dà retta a me: in questo modo eviterai di ferirlo, sporcarlo, consumarlo.
- Ma, va bene qualsiasi tipo di carta?
- Certo. Anche se io ne preferisco un tipo leggero, da pacchi, di un bel colore biscottato, inamidato di scricchiolii, un odore discreto a cavallo tra il profumo degli alberi e un frutto non del tutto maturo; così da riuscire a sbirciare il titolo...
- Mi piace. Farò così. Celebrerò lo stesso matrimonio, tra questo mio libro e una simile federa di carta.
Per l'immenso amore che nutro per lui.

Buon week end a tutti

martedì 26 novembre 2013

Sartre e il budino

Senta, è un momento magico, non pensi che io scriva sempre così.
Era domenica e stavo leggendo Sartre.
A me, la Nausea, in settimana, tutt'al più può prendere per come esiste - o quell'essere lì, veda lei - il budino. Cosa cucinare, è il mio più grande problema. Che poi io dia l'impressione di essere attratta dalla filosofia di un cucchiaio di legno che fa l'oggetto, le garantisco, è il manico di un problema che mi pongo solo per fare, con lei, una girata di bella figura.
Quindi, le dispiace se torniamo dall'inizio? Qual era la domanda? Ah, sì! Si è divertito a leggere? 

Buona settimana a tutti

Oroscopo del pulcino

Abitavo ancora in via della Pernacchia, il giorno in cui successe. Quarantotto ore prima ero stato piantato da Olga, una matrioska tutta poppe e gote accese, ma era la notte di San Silvestro e speravo che la distanza dal brindisi di quel 'vaffanculo', con il passare delle ore, perdesse il fuoco del suo potere. Perché quel petardo aveva rischiato di incenerirmi l'orgoglio.
Poi, anche l'uno e il due di gennaio erano passati, e all'alba del tre, il sole di nuovi propositi mi aveva illuso che un nuovo anno mi sarebbe servito.
È vero, quella mattina, il motore della mia 500 Abarth aveva pigolato in modo anomalo, come se il pulcino del mio oroscopo temesse un futuro da gallo che non sarebbe mai arrivato, ma non l'avevo ascoltato, sicuro che le stelle avessero ben altro da fare che non impicciarsi dei fatti miei.
- Senta, cerchi di capire, non è che tutti i giorni il motore può essere felice - avevo risposto al benzinaio, sorprendendolo a tendere l'orecchio verso l'ascolto di chissá quali immaginarie bronzine. Mi aveva guardato.
- Ok. Voleva solo un deca di verde?
Non gli stavo simpatico; non gli ero mai stato simpatico.
Avevo allungato una banconota stropicciata, senza rispondere, facendo finta di non aver sentito. Poi ero ripartito sgommando.
- 'Sto menagramo...- avevo detto, appiccicando gli occhi sullo specchietto retrovisore, ridacchiando dietro al culo di una tuta incoronata da tasche di medaglie unte.
Era successo tutto subito dopo, quando avevo riabbassato gli occhi e mi ero ritrovato di fronte il muso di una Panda: un proiettile rattrappito, già sverginato. Avevo giusto fatto in tempo a pensare alla futura, inevitabile depressione del mio gioiellino, poi, uno stridore, un brindisi, uno stropicciarsi di lamiere, un fuoco d'artificio di parabrezza infranto...
- No!- era stata la mia unica preghiera.
Ma come avevo aperto la portiera per scendere e bestemmiare, una volante della Polizia aveva preso in pieno, spezzandola, l'ala del mio pulcino. 

Buon week end a tutti

venerdì 22 novembre 2013

La morte di nonna

Se muore la nonna posso finalmente comprarmi l'Iphone. Il 5. Quello figo. Così quel pezzo di merda di Matteo mi molla sua sorella e la smette con 'sta storia di Federico e quel suo cazzo di Samsung.

Se muore nonna, me lo dici a chi lascio Rebecca? Io, al nido, non ce la mando. Tua madre, può dire quello che vuole, ma fosse stato per lei, a quest'ora, avrei ancora tutti quegli odiosi cuscinetti di cellulite.

No, guardi, la nonna sta morendo.  Davvero, sono spiacente, ma cerchi di capire: in quel garage al mio povero nonno è venuto un infarto e a meno di quarantamila euro non lo posso proprio lasciare. Pensi solo al valore affettivo che ha per la nostra famiglia...

Non dirmi che ti dispiace così tanto? In fin dei conti, tua nonna, ha quasi novant'anni. È naturale che prima o poi succeda. Tanto, non ti rimane forse un bel pò di anticaglia da vendere? 
Ok... Stavo scherzando... Non è il caso che te la prendi tanto... Scusa... Dicevo così... Era solo tanto per dire...

Buon week end a tutti

mercoledì 20 novembre 2013

Guerra

Posò il libro sulla scrivania pensando che quel legno, vecchio com'era, avrebbe  potuto benissimo appartenere a un albero morto nei dintorni di una città come K., durante una guerra che le era sconosciuta. Quell'idea la irritò.
Agota Kristof, questo il nome dell'autrice. Favola nera, questa la pruriginosa luce che le infastidiva gli occhi. Eppure, il fascino di una crudeltà senza indumenti, scorta nella quotidianità di quelle pagine, per quanto astratta, possedeva una sua forma di sensualità, così lontana e istintuale da non saperla definire.
Per questo non capiva cosa avrebbe potuto essere, per lei, una guerra.
Un frigo vuoto? Un giardino occupato? La sua macchina confiscata? Una bomba sganciata sull'edificio dove ogni mattina si genufletteva al cospetto di uno stipendio tenendo un caffè in mano? Il catarro del vecchio ingegnere del piano di sopra ricacciato in gola dal calcio di un fucile? Oppure un'orda di sconosciuti tra le gambe, gli stessi che Labbro Leporino  aveva accolto con tanto entusiasmo godendone fino a morire?
Non lo sapeva e non aveva così voglia di chiederselo.
Andò in cucina, prese una merendina senza glutine, tornò a sedersi sul divano, la aprì e, sbocconcellando appena un angolo - non è che avesse tutta 'sta fame - accese il tablet e ricominciò, come ogni sera, a navigare nel mare di notizie atroci e distanti che le metteva a disposizione il web.
Buon week end a tutti

martedì 19 novembre 2013

Colazioni

Il solito caffelatte. La solita tovaglia a fiori. Il tuo pigiama che odora di sonno. Il fuoco che scoppietta in questa cucina appesantita da travi di legno nascoste sotto uno strato di colore blu.
Il cucchiaio è così freddo, lontano dal tovagliolo.
Lo zucchero è poco, se i granelli si perdono in questo innocuo pozzo di ceramica.
Ogni biscotto che si rispetti è un'isola: rifugio senza filo spinato delle nostre quotidiane, sottili, gallette di silenzi.

Buona settimana a tutti

giovedì 31 ottobre 2013

The day after

- Non servo più! - gridò la zucca alla carota - Tutto quel divertimento per niente!
- Suvvia... - cercò di consolarla la rossa.
- Basta! Troppo dolore: la faccio finita!
La carota guardò la zucca buttarsi di testa dal bordo del muro d'acciaio. Stette un pò lì, in bilico, a pensare: in fin dei conti, una sola notte di follie non vuol dir niente; in fin dei conti, un destino, da qualche parte, ci aspetta sempre; in fin dei conti, lo scopo di ognuno, non dovrebbe forse non farsi distrarre dall'ordinarietà di un intervallo?
Alla fine la carota guardò verso il fondo di quello che non avrebbe mai potuto evitare. Anche se persuasa da motivazioni diverse, seguì la zucca e... minestra fu.

Buon week end a tutti

Panchina con vista

Si metta a verbale: In data odierna, 4 novembre 2013, alle ore 7.25, il Sig. Guardone Girolamo, trovandosi a passare per la via panoramica in direzione della collina, vedeva il Sig. Tamislao Wrstonovic scaricare dal suo furgone Mercedes Oro Lusso, ai piedi della panchina nº17 con vista panoramica sul golfo, nº1 lavandino in ceramica doppia vasca con casalinga acclusa, nº1 bidet con prostituta in vestaglia e nº5 ombrelli con impugnatura maschile. Tenendo presente gli ultimi sette cambi di società del Wrstonovic, il mancato smaltimento corretto dei rifiuti solidi ingombranti, il mancato pagamento della tassa sui rifiuti solidi ingombranti e i prezzi concorrenziali per le opere murarie grazie al risparmio del dovuto mai versato al centro di smaltimento, non avendo, il Wrstonovic, alcun tipo di proprietà a suo nome o sede lavorativa registrata, visto l'ammontare di euro 2597, 25 di sanzione al netto, dopo aver dichiarato di essere impossibilitato al pagamento della stessa, viene bypassato. L'ufficio di competenza per il recupero del dovuto, quindi, commissionerà alla Tistano e fratelli la stampa e la distribuzione di nº5000 volantini con foto segnaletica, così che, a partire da oggi, e per un periodo di tempo pari a sei mesi, lo stesso ufficio potrà rivalersi per l'intero ammontare del dovuto su tutti i nuovi ed eventuali committenti.

Buona settimana a tutti

martedì 29 ottobre 2013

Perversioni di coppia

Non era di certo il letto nel quale era sdraiato, ad inquietarlo: il cuscino di piuma era morbido, le lenzuola pulite, le coperte del peso giusto; come, d'altronde, innocua gli era apparsa da subito la stanza: linda e sobria, di dimensioni perfette per accogliere le due piazze con le quali avrebbe trascorso la notte.
Ad agitarlo, una volta sotto le coltri, era stata l'attesa, e l'inaspettato senso di vertigine che l'aveva colto.
Accettando la proposta dei padroni di casa, aveva sorriso, in dubbio se crederli matti o solo pittorescamente eccentrici. Andrea, suo collega d'ufficio, durante la settimana era una sorta di manichino pallido, al guinzaglio di cravatte anonime, mentre Betta, la moglie, un'infermiera subissata da turni che il collega non ricordava mai, perché da ricordare, secondo lui, c'era solo quella continua non presenza e il filtro di luce capace di riportarla a casa: una finestra spalancata sulla domenica sera.
Per il resto, quei due, gli erano sempre sembrati normali: mediocramente partecipi, ipocritamente sinceri e falsamente disinteressati.
Poi, quella loro proposta, in apparenza stravagante ma innocua, fonte alternativa di guadagno e adrenalina. 
Anche se adesso che era lì, così tranquillo non era più, circondato com'era dal silenzio e dalla polverosa corrente in risalita che si scontrava con la rotondità della sua testa, passando oltre solo dopo essersi fatta un circuito di ciocche tra i capelli, in attesa, come gli avevano spiegato, dell'inquilino delle due e mezza, di ritorno da uno dei suoi turni in fabbrica. Aveva dovuto accettare di essere legato, per maggior sicurezza- queste le parole di Betta - dopo aver scavalcato con la nuca il bordo superiore del materasso; come di lasciarsi rimboccare le coperte fin sotto alla gola - sale una corrente da ammalarsi - rimanendo con il collo senza un appoggio, appena in tensione.
Era stato Andrea a spegnere la luce prima di uscire dalla stanza, rassicurandolo che tutto sarebbe andato meravigliosamente bene: il chiarore dell'ascensore in risalita lo avrebbe illuminato il tempo necessario alla buona riuscita del gioco. Perché secondo il collega e la moglie, il brivido durante quel passaggio sarebbe stato così intenso e sublime da non avere paragoni, talmente unico che, per essere ricordato con altrettanta intensità, avrebbe necessitato di concentrazione e metodo, trasformando l'esperienza in un attimo di godimento assoluto, per alcuni aspetti - percezioni mai provate, come ferite inferte dalla punta del Koh-I-Noor - al di là di ogni possibile coito.
Eppure, adesso che si sentiva mummificato dal puzzolente dubbio che la parte più interessante del gioco fosse lui, la testiera del letto, sostituita da un'intera parete mancante, oltre la quale la sua stupidità protendeva nel vuoto, occupando il vano ascensore entro cui un ignaro inquilino avrebbe raggiunto a fine turno un letto inscatolato nella sicurezza di un matrimonio ordinario, gli provocò un brivido mai percepito e di certo meno intenso di quello che lo assalì appena un paio di minuti dopo.
Quando sentì, quattro piani più in basso, la ghigliottina di due porte scorrevoli aprirsi e richiudersi, mentre si ripeteva che forse, per davvero, avrebbe provato qualcosa di unico, anche se per il momento non riusciva a smettere di seguire con una certa apprensione l'immagine di un nodoso dito sporco di grasso nell'atto di pigiare il bottone del settimo piano.

Buona settimana a tutti

venerdì 25 ottobre 2013

Bombe

Dopo tanto, finalmente, c'ero riuscito. Se sulle prime il progetto mi era sembrato semplice, alla fine, per perfezionarlo, avevo avuto bisogno di sei mesi. Ma adesso che ne ero venuto a capo, niente sarebbe mai stato più come prima: mia madre avrebbe smesso di chiudermi e mio fratello avrebbe finito con quelle sue prese in giro.
- Coglione... - era il complimento più gentile che gli scappava tutte le volte che apriva il mio armadio, mentre adesso, il coglione, sarebbe stato lui.
- Ripeti un pò come hai fatto?
- Semplice: è bastato fare una piccola modifica a una normalissima 'Bomba anti disordini'.
- E poi?
- E poi piazzarla su un ripiano dell'armadio.
- E quindi?
- Innescarla... Attenzione, però! è fondamentale tarare la carica implosiva secondo gli indumenti da trattare.
- In che senso?
- Intendo: jeans e felpe sono di un tessuto più pesante, mentre camicie, slip e calzini sono piu leggeri. Se non vuoi ridurre tutto in stracci, dividi almeno la piu grossa. È meglio preparare mucchi della stessa famiglia...
- Non ti costerebbe meno portarla in una lavanderia cinese?
- Naaa... la mia bomba è roba seria; ben studiata; ben calibrata. Dà retta a me: una bella montagna, che so?, di magliette, anche pazzescamente stropicciate, su un ripiano qualsiasi, piazzi la bomba nel mezzo, tari la potenza su t-shirt, inneschi, ti allontani di un paio di passi e... tempo trenta secondi, assisti al miracolo.
- Tutte piegate?
- Non solo! Tutte piegate e impilate!
- Forte... E adesso?
- Niente... Sto pensando a un dispositivo per risucchiare la polvere.
- Risucchiare la polvere?  Ma, già che ci sei, non potresti pensare a un aggeggio che risucchi qualcos'altro?
- E no, fratellino!  Pensavo lo sapessi: per fare quello è molto meglio andare dalla figlia di quelli della lavanderia cinese...

Buon week end a tutti

domenica 20 ottobre 2013

La bambina con il pesce rosso

Lungo la strada passava sempre una bambina con un pesce rosso intrappolato nella trasparenza del sacchetto che teneva in mano.
Passava tutte le sere, verso le sette, le spalle strette in uno striminzito golfettino di lana blu; camminando piano, calpestando la pietra di lose che, a lungo andare, le avrebbe bucato le suole.
A darle il pesce, era stato suo nonno.
- Questo pesce è rosso come un fiore - le aveva detto, porgendole il regalo. 
E a quel pesce, la bambina, si era subito affezionata, cominciando a portarlo in giro ogni giorno.
A vedere gli alberi.
- Guarda che belli, ma non vanno bene per te: le loro foglie non sono gocce d'acqua.
A vedere il cielo.
- Guarda che bello, ma non va bene per te: il suo azzurro è troppo asciutto.
A vedere il mare.
- Guarda che bello, ma non va bene per te: il suo sale è veleno.
E così la bambina aveva continuato a guardare il suo pesce, immerso dietro alla trasparenza di quelle bellezze inadatte alla sua natura, sospeso nello spazio di un piccolo sacchetto in attesa di chissá quale destino.
Finché un pomeriggio, sulla via del ritorno, camminando a testa bassa per riflettere sul piccolo peso che ormai si portava sempre appresso, la bambina andò a sbattere contro qualcosa e il sacchetto le scappo di mano.
Alzò la testa di scatto, spaventata, sicura che per colpa del guizzo di quello scontro avrebbe visto morire nell'agonia di una terribile pozza d'aria il suo amato pesce rosso. Quando si accorse che di fronte a lei c'era un bambino, le spalle strette nella lana blu di uno striminzito maglione, tra le braccia una boccia di vetro piena d'acqua ma ancora senza un pesce.

Buona settimana a tutti

venerdì 18 ottobre 2013

Incontri ravvicinati del quarto tipo

Quando l'astronave S65K1, proveniente dalla cintura 2 del pianeta blu situato sulla rotta 7 della galassia dei sogni, si preparò ad atterrare, i quattro amici ultranovantenni, seduti al tavolino d'angolo, ci diedero sotto a sgomitare.

Ginetto: - Le dieci: puntualissima!
Giacomo detto Bauscia: - Questa settimana è già la quarta.
Leonardo tre gambe: - La quinta...
Costantino Napoli: - Esagerati...

Il portellone a vetri dell'astronave si era aperto perforando di mistero l'immobile atmosfera terrena.
Attraverso la trasparenza di quel rettangolo era apparso un corpo sinuoso e candido, che il presidio dei vecchietti, rappresentanti della razza umana in attesa dalle ore 5.00 di quella mattina, stava aspettando, i bottoni sui capezzoli così turgidi da stendere qualsiasi cataratta avanzata.
Un carrello a due piani aveva poi brillato per un lungo secondo nelle loro pupille, accecandoli come il riverbero di una coppia di vassoi appena stagnati.

Ginetto: - A chi tocca?
Giacomo detto Bauscia: - A me...
Leonardo tre gambe: - Guarda che a quella piace il bastone...
Costantino Napoli: - ...e tu hai solo il catetere.

I passi della nuova venuta avevano impennato la loro pressione.

Ginetto: - Stavolta ci siamo.
Giacomo detto Bauscia: - Adesso vi faccio vedere io...
Leonardo tre gambe: - Attento a non scivolare.
Costantino Napoli: - E te, a non inciampare.

Ma quando la figura aveva finito di avanzare e spandere fruscii come il fiore di carta di un lontano pianeta mai profanato, arrivata in prossimità del loro tavolino, l'atmosfera dell'Ospizio Mimosa era stata colpita dalla solita meteora: - Signori, da bravi: è l'ora della medicina.

Buon week end a tutti

martedì 15 ottobre 2013

Eredità di cioccolato

Ruppe i gusci sulla costa della terrina e lasciò cadere le uova nella conca di vetro.  Le addolcì con una pioggia di zucchero. Prese Il lungo cucchiaio di legno, cugino di un antico mestolo di famiglia, e sbattè uova e zucchero con elegante vigore, finchè questi ultimi non furono così gonfi da credersi spuma. 
Il cacao amaro e polveroso lo setacciò con cura. 
I dadi di burro, morbidi e grassi, li guardò affondare. 
Rimescolò e sbattè. 
Imbiancò l'impasto con una nevicata di farina. 
Ricioccolò il pallore. 
Allattò di poco il composto. 
Il carbonato acido di sodio, per aiutare il corpo scuro a lievitare, lo aggiunse solo per ultimo. 
Poi diede un'ultima girata, accompagnò con dolcezza il rigurgito del travaso, fu felice per la gravidanza della sua vecchia tortiera, aprì il forno a centottanta e...
10 minuti. 20 minuti. 30 minuti.

Annusò il fantasma di profumo che si aggirava nella cucina dei suoi 40 anni sentendosi cuocere dentro da un nostalgico sorriso. Ubbidì al campanello di fine cottura quando gli effluvi della ricetta di sua madre avevano ormai invaso ogni ventricolo della stanza e, come aprì la bocca del forno e afferrò la tortiera rovente con una rigida presina all'uncinetto un pò bruciacchiata, sentì la porta di casa aprirsi e quel: "Mamma..." di suo figlio di ritorno da scuola.

Buona settimana a tutti

lunedì 14 ottobre 2013

Qualcuno che parte

Qualcuno che parte è un colpo di vento che stropiccia le ciglia.
Qualcuno che parte è un biglietto del treno senza posti a sedere.
Qualcuno che parte è abbandono e rinascita, fine di un capitolo e lettera di un capolinea maiuscolo.
Qualcuno che parte è sempre un sospiro, una parola, un occhio intravisto nel pozzo delle emozioni.
Qualcuno che parte può essere un figlio, che conosci; ma sarà uno sconosciuto colui che ritorna, anche se avevi visto lui, quel giorno, partire.

Buona settimana a tutti

venerdì 11 ottobre 2013

Principe Azzurro

- Zia, ma allora lo zio Claudio è il tuo Principe Azzurro?
- Una specie... Quand'ero piccola come te, lo immaginavo più alto e più biondo, con gli occhi azzurri e non marroncini, con il sorriso Pepsodent e non del colore delle castagne; ma è il mio Principe lo stesso, mi va bene così.
- Zia, ma è venuto a prenderti con il suo cavallo bianco, la prima volta che l'hai incontrato?
- Non proprio: la sua macchina, sotto il cofano, ne aveva ben 120, di cavalli!
- Wow! Ed è la stessa che ha anche  adesso? Quella che sembra una vasca da bagno?
- Sì.
- E come fa a farli stare tutti lì dentro, i cavalli?
- Lo sai che zio è amico di Stivi il meccanico.
- E cosa fanno i meccanici ai cavalli? Li restringono come fa mamma con le maglie che mette in lavatrice?
- Dobbiamo chiederglielo.
- Zia, ma se lo zio è il tuo Principe, perchè la tua casa non è come il castello dove abiterò io da grande?
- I sogni costano, piccola, e lo zio guadagna poco. E così mi devo accontentare di un bilocale.
- Ah no! Io, quando sarò come te, sposerò un Principe molto ricco, che mi porterà in un castello gigantesco tutto suo. Se vuoi, zia, poi t'invito.
- Grazie piccola, sei davvero gentile. Ma dimmi un pò: adesso che hai iniziato la prima elementare, il tuo Principe Azzurro, chi è? Sempre lo stesso di quand'eri all'asilo?
- Sì, è Antonio.
- E quest'anno, per il tuo compleanno? Ti ha di nuovo regalato due ghiande nello Scottex coi cuori?
- No, quest'anno mi ha regalato un pacchetto di figurine delle Winx.
- Accidenti! Ma allora anche lui è un Principe povero!
- Ma zia, tanto a me non me ne importa niente delle figurine, perchè quando le voglio me le compra la mamma; guarda che Antonio è bravo e mi dà sempre un pezzo della sua focaccia.
- Attenta piccola... Anche lo zio divideva sempre la sua brioche con me, poi ha cominciato a dividere anche il conto della pizzeria.
- Ma quando sarò grande, la cucinerò io la pizza! Gigantesca! Così il mio Principe arriverà a casa con un regalo grande così!
- Oh, ne sono certa. Ma devi promettermi che se sarà un grosso peluche vinto ai baracconi, ti cercherai un altro Principe Azzurro.
- Ma zia, un peluche è un bel regalo. Se Antonio mi regala un orso gigantesco e morbido morbido, io me lo sposo.
- Ma come? Prima non mi hai detto di voler sposare un Principe molto ricco, con un castello gigantesco?
- Ma zia! Si vede proprio che non sai un bel niente! Quella è una favola. Io lo so che lo zio Claudio è un Principe così così, ma è bravo. Sai che me l'ha detto che ti vuole bene come alla sua macchina? E poi mi fa sempre ridere...
- È vero, fa ridere anche me. E gli voglio bene anch'io, come alla mia lavatrice; e poi è vero: i Principi migliori si nascondono dentro ai rospi più brutti. Cosa ne dici?
- È vero, anche Antonio ha gli occhi marroncini e quando parla sputa un pò.
- E poi, tanto, le Principesse, al giorno d'oggi, non sono mica facili da trovare...
- È vero zia, lo dice sempre anche Antonio.
- E cos'altro ti dice il tuo Antonio?
- Mi dice che quando sarà grande mi aiuterà a lavare i piatti come fa sempre lo zio Claudio con te.

Buon weekend a tutti

sabato 5 ottobre 2013

Panna blu

Una mezzaluna di cheratina parte in volo  per schiantarsi sul sorriso che sta trasmettendo il grande schermo tv. 
Risuona sugli incisivi della Parodi e Margherita, 6 anni, decisa a diventare primo chef di un raffinato ristorante vegetariano per Puffi, si rivolge a sua madre accucciata di fronte.
- Per fare la panna di soia blu, basta aggiungere 5 gocce di acqua di mare. 
Sua madre le tocca la punta destra dell'unghia dell'alluce, poi le chiede: - Ma così diventa salata... e se uno avesse bisogno di una panna più dolce?
Margherita guarda la madre dall'alto del divano su cui se ne sta seduta. 
- Facile: basta aggiungere un pò di azzurro degli occhi di papà.
La donna sorride. Margherita  sposta l'attenzione. Si mette a fissare il tronchesino pronto a divorerarle un altro spicchio di unghia. Poi chiede: - Adesso posso andare? Devo fare presto se voglio preparare una squisita torta di spaghetti vegetali...
- Ferma lì! La blocca sua madre - Ancora quattro dita e abbiamo finito.
- Ma così mi si brucia il sugo che ho lasciato sul fuoco! Si lamenta Margherita. - Cosa do poi da mangiare alla mia povera Camilla?
Sua madre le blocca il piede. 
- Mai sentito di una bambola che piange per non aver mangiato il sugo...
- Guardacche se è per questo mia figlia è allergica al latte!
- Dài Margherita... Cerca di persuaderla sua madre - Fai la brava... ancora due minutini e abbiamo finito.
Ma Margherita allarga le braccia e sospira: - Ma mamma, se mi tagli tutte le unghie che ho, poi come faccio a mettermi il tuo smalto?

Buona settimana a tutti

giovedì 3 ottobre 2013

Delitto senza colpevoli

Ci sono giorni in cui vorrei sentire qualcuno raccontare una storia. 
Sotto il suono di queste campane non succede mai niente di nuovo. Le 18. Ogni pomeriggio è scandito dal bronzo di un lento ripetersi. Mille abitanti, in questo paese di sguardi e silenzi; frazioni e campagne comprese. 
Qui, il letto dei sogni rimbocca coperte su ricci di castagne e noci. Patate. Vipere. Funghi. Peccati di cosce su cui pulirsi in velocità i piedi sporchi dal fango della noia. Negozi polverosi di Oro Saiwa  e amaretti. Mosche in volo libero su geografie di formaggi. Pietre per terra e nei muri delle case. Legna. Odore di fumo. Tubi della stufa da grattare. Manifesti mortuari che ascoltano da lontano le macchine fluire e panchine animate da una quaterna di anziani che scommettono su locandine di funerali futuri. 
Staffette di pettegolezzi, tra i percorsi quotidiani, dove vivo è solo il corto fiammifero della competizione. 
Fagioli che seccano nell'orto. Macellerie con culle di marmo per sproporzionati pezzi di carne rosa.  
E attese. Infinite. Che scorrono, cercando di scappare. Come il Tanaro. 
Perchè in questo luogo non succede mai niente di nuovo. In questa valle dove cercano di far crescere un cuore almeno sulle poche insegne rimaste, c'è qualcuno che racconta solo di un paese che muore.
Ma questa non è una storia. Questa è una pagina di nostalgia alle 18 di un mese di ottobre. Questo è il capitolo di un delitto senza colpevoli, corto e insensato, scritto dalla mano di un uomo.

Buon weekend

martedì 1 ottobre 2013

Appena quaranta tegole più in là

Abitava in via del Futuro e amava perdersi nel rosso di un orizzonte fitto di tegole e baffi di antenne così appuntite da infilarsi nel cielo.
Intorno alla sua vita, solo la piccola cornice di un abbaino. 
Aveva traslocato in quel sottotetto per riuscire a dipingere almeno una gatta: rossa, morbida, vaporosa, di misura giusta per acciambellarsi sul cuscino della sua poltrona.
Perché sapeva che quando le gatte sono in amore il loro miagolare diventa una canzone e lui aveva bisogno di quel sottofondo musicale per sostituire il disco che ascoltava tutte le sere cercando di zittire il baccano di una città capace solo di ammutolire il suo cuore.
E un gatto arrivò, una sera di primavera, passando per l'autostrada dei tetti; ma un gatto brutto e malandato, cieco da un occhio, graffiato come un'auto morsicata dal ragno di uno sfasciacarrozze. 
E, se subito lo guardò oltre i vetri, poi aprì la finestra, appoggiò una ciotola di latte sul piccolo sporto del davanzale e, sussurrando un micio micio, fece un passo indietro per lasciarlo avvicinare.

Il vecchio gatto entrò nella luce di un sottotetto odoroso di colori. Si accomodò su uno sgabello ai piedi di una tela animata dal tentativo di un timido bacio d'amore e, quando sentì uscire da un vecchio giradischi nascosto dietro alle ante di un mobile basso le prime note di una canzone, riconobbe la melodia che la sua padrona ascoltava ogni notte. Acciambellata sul cuscino della sua poltrona. 
Appena quaranta tegole più in là. 
Nella cornice di un abbaino incastrato in via del Futuro. 
Dietro a una finestra che tra non molto avrebbe spalancato i suoi vetri all'estate.

Buona settimana a tutti

venerdì 27 settembre 2013

L'addomesticatrice di gamberetti

Era la più brava addomesticatrice di gamberetti della zona. Ogni ristorante affacciato sul porticciolo conosceva il suo nome.
Lola, così si chiamava. Belle gambe, gonne corte a fiori, capelli ricci di un lucido rosso tulipano e piccole lentiggini sulla collina di un delicato naso, ai piedi di due grandi occhi scuri.
Fu il signor Giuseppe della Taverna delle Sette Balene a chiamarla una sera d'autunno.
- Un'emergenza! - le disse, smoccolando preoccupazione nella cornetta del suo vecchio telefono. Il cuoco era giovane e nuovo, fresco di una cucina svizzera - Un  disastro! Presto! Ho bisogno d'aiuto!
-Lola- la supplicò poi Giuseppe, appena vide i suoi capelli fiorire oltre la porta d'ingresso -Stasera nella mia taverna verrà il Re dei Wurstel in persona. Per piacere, la supplico, vorrei riuscire a fare una gran bella figura.
Lola si tolse la mantellina di pizzo di lana, frugò nella borsa per prendere il suo delizioso specchietto da borsetta e raggiunse la cucina sul retro.
In effetti, il cuoco sembrava un compagno di scuola di un orologio o di una stecca di cioccolato. Per questo, Lola gli sorrise e lo spostò con delicatezza. Poi, prese una coppetta di peltro da una credenza a vetri (non era la prima volta che il signor Giuseppe la chiamava), la mise sul piano del tavolo da lavoro, aprì il frigo, tirò fuori un barattolo di salsa rosa e un involto di carta che srotolò, per scegliere il gamberetto più grosso. Gamberetto che appoggiò sul piano e massaggiò con dolcezza, cantando 'Yellow Submarine' dei Beatles, aspettando riprendesse colore prima di invitarlo, con gentilezza e professionalità, ad accomodarsi nella coppetta di peltro. Gamberetto a cui rimboccò subito dopo l'indifeso corpo sgusciato con un cucchiaino di morbida salsa, ringraziandolo per aver accettato l'invito, esortandolo a specchiarsi, complimentandosi con lui per l'aspetto prelibato.
Fu un successo!
Il Re dei Wurstel rimase così deliziato da quella specialità di mare, da voler ricambiare la bontà di quell'esclusivo Cocktail di Gamberetto invitando il Signor Giuseppe nella sua Locanda dei Sette Maiali (la quinta stradicciola a destra, dopo il Masso dei Lattonzoli, al centro della Foresta Nera).
Lola lasciò la locanda alle 21 in punto, mentre i due vecchi brindavano al loro gemellaggio culinario con un gran bicchiere di vino.
Naturalmente, non prima di aver ritirato in borsa il suo delizioso specchietto ed essersi rimessa sulle spalle la sua maltellina di pizzo di lana.
E, comunque, subito dopo aver sorriso a un giovane cuoco esterrefatto, fresco di una cucina svizzera.

Buon weekend a tutti

domenica 22 settembre 2013

Il castello - parte seconda

...Un odore che mi aveva spinta ad attraversare di fretta l'arco di un passaggio in fondo al salone, oltre al quale mi ero ritrovata al centro di un girotondo di pareti dipinte, in un ambiente piccolo ma spettacolare. 

Ero rimasta a bocca aperta. La foresta in esso riprodotta, grazie agli sbiaditi colori di sfondo, dava risalto alla riproduzione a grandezza naturale di maestosi cervi con palchi di corna ramificati come alberi genealogici, il vello così vivido e accurato da trasmettere la sensazione di potervi scorgere il balzello di minuscoli parassiti. 

Mi ero sentita piccola e impotente. In balìa di una dimensione ottica capace di risucchiare l'attenzione lungo falangi di stradicciole tortuose, minuscole come vene; vie di fuga pronte a perdersi nell'unghia di siepi di un polveroso verde marcio. 

Grazie a questa sublime illusione, i corpi dipinti in primo piano, proporzionati e perfetti, sembravano acquisire un non so che di grottesco e morboso.           Perché da quelle livree tanto verosimili come nemmeno il bulbo dei loro occhi scuri si infiammava di vita, si scorgeva l'inferiorità di un ventre lacerato, dal cui labirinto degli intestini colava un miele di sangue giallo.                                          E, sotto la volta lacera di questo cielo di carne aperta, lungo una palizzata di mani protese e unghie affilate, luccicava una resina di fluidi scivolosi, come colasse da pennelli gravidi di colore. 

Per un attimo credetti che l'odore di metallo e melassa provenisse dal colloso calore di quel rigurgito. Poi sentii il mio sudore accendersi di una nota tanto acre, mentre la pupilla di quelle torture continuava a fissare il centro del mio ombelico.

Mi ero allontanata scivolando fuori da una nuova porta. Avevo respirato la penombra ammuffita di un lungo corridoio, aggrappandomi con lo sguardo a un corrimano di pareti macchiate e scrostate dalle inflessibili dita del tempo.                                             Mi ero spinta fino a una stanzetta ingombra di vecchie tavole e, di tutta la morte che mi sarei aspettata di trovare in quella nuova tomba di pietra intonacata, non ero inciampata in nessun corpo dipinto, tantomeno nell'involucro abbandonato di un uccellino o di un topo. 

Per un attimo quel castello mi era sembrato vivo solo nel rimbombo del mio scheletro, da cui un'eco di spie rosse avanzava dietro al calcagno di ogni mio passo come se le screpolature sui miei talloni avessero cominciato a sanguinare.

Eppure, per quanto sinistro potesse essere il respiro di quella costruzione, ogni fiato di quella solitudine era pur sempre aria per respirare. 

Avevo trovato dimora in una cameretta graziosa, un tralcio di rose sbiadite dipinte su una parete ad ovest, forse, un tempo, sontuoso regno di un letto. 

Avevo raccolto bracciate di foglie secche, le stesse che mi avevano solleticato il passaggio quand'ero arrivata, riuscendo ad allestire un giaciglio, scegliendo un angolo di fronte alla finestra per godere dell'incanto di un cielo terso e silenzioso, spezzettato dai rombi della finestra piombata. 

E dopo quattro giorni e la sensazione che finalmente le dita dell'uomo da cui cercavo da sempre di scappare fossero ormai lontane...

Anna sentì il chiavistello scattare. Guardò  la luce avara della sua stanza e nascose nel pozzo dello stomaco le pagine mentali appena scarabocchiate. Fissò la testa nuda di una lampadina impiccata al soffitto, che sembrava dondolare per mano del boia di un'invisibile spiffero. Trattenne il fiato, quasi potesse fermarla, poi, s'irrigidì.                                      

Quando la porta cominciò ad aprire piano le sue fauci, Anna si portò le ginocchia al petto, raggomitolandosi nella fossa del materasso che per troppo tempo aveva cercato di risucchiarla e difenderla dal ventre maledetto di chi l'aveva partorita tra le mani sporche del mondo.              E quando alla fine le vide, quelle maledette dita tanto lunghe e appuntite da riuscire a raggiungerla sempre e comunque, non ebbe nemmeno più così tanta paura. 

Certo, sapeva che avrebbero insinuato la loro unghia più nera nel passaggio del suo neo più profondo, ma ormai era pronta. 

Un dito raggiunse il bordo dell'anima di Anna mentre il suo corpo di piegava. Quella puntura leggera la costrinse ad alzarsi. Sulle prime, barcollò, poi raggiunse il tavolino ai piedi del letto e ogni tendine della sua nuova condizione si tese, pronto ad ubbidire ai suoi istinti. 

Anna scelse dalla brocca dei pennelli il bisturi più appuntito.                               Si chiese se sotto il tralcio di rose sbiadite della stanza più bella di tutto il suo castello, avrebbe dipinto una donna gravida, il corpo perfetto solo sopra l'ombelico, oppure un bambino. 

Ancora non lo sapeva. Ma quel dettaglio non aveva alcuna importanza. Avrebbe deciso più tardi, guardando la vita negli occhi.

Per questo uscì in silenzio attraverso la bocca di quella stessa porta che si era aperta piano, richiudendosi il passato alle spalle. E quando si sorprese a sorridere, guardando le sue dita stringere con forza il pennello, fu consapevole di quando poco le fosse mai piaciuto quel lurido appartamento ai piedi del mondo

Buona settimana a tutti

venerdì 20 settembre 2013

Il castello - parte prima

Occupavo quel castello disabitato ormai da quattro giorni. Ero capitata al limitare di una scogliera così nuda da non avere muschio, pensando che qualsiasi luogo sarebbe stato meno spaventoso delle mani di quell'uomo.

Ad attirarmi, di quel grande edificio, erano state le finestre squadrate, con rombi di vetro piombato ancora trasparenti e intatti. Le avevo intraviste attraverso un'edera rigogliosa, cresciuta come i capelli di una strega sulla pelle di telai immobilizzati dalla pietra.

Entrare all'interno di quelle mura era stato facile. Così naturale da aspettarsi di veder comparire da un attimo all'altro la faccia mummificata di un guardiano.

Esisteva ancora un grande portone di legno, benchè rosicchiato dal tempo, lo stesso che per secoli doveva aver tenuto a bada un traffico di nemici e visitatori. Era da quello che ero passata, dopo averlo scoperto socchiuso, spingendomi all'interno dell'edificio con i sensi allertati. E dopo pochi passi mi ero ritrovata al limite di un cortile così popoloso di erbacce e cadaveri di foglie da solleticarmi il passaggio.

Non era stato difficile scoprire altre porte più piccole, girovagando lungo il perimetro interno di quell'imponente costruzione, nonostante per la maggior parte del tempo avessi tenuto il naso alzato per guardare gli smerli intatti di quattro maestose torri d'angolo.
Ero rimasta così affascinata da pensare che quel luogo nascondesse qualcosa, e l'intestino calcaree del suo silenzioso sonno non fosse addormentato a tal punto da non udire i miei passi.

Mi ero quindi intrufolata attraverso una porta bassa, appena accostata, sul petto del suo legno il simbolo di un'ascia, per poi sbucare in un salone vuoto, grande e tetro, i soffitti a cassettoni di un legno così vecchio e scrostato da ricordare il relitto di un veliero. È nulla sarebbe stato se non avessi sentito, proprio durante il mio ingresso, nel fiato di uno spiffero sconosciuto, un appiccicoso odore di melassa e metallo...



Continua...



Buon weekend a tutti

martedì 17 settembre 2013

Asfalto rosso

Mi ritirerò dal mondo.
Siederò ai tuoi piedi per attraversare il buio.
Scioglierò i capelli e mi sporcherò le labbra di crema.
Sarò gatta, libellula, madreperla e coriandoli.
Seguirò a piccoli passi l'odore delle tue orme.
Ascolterò il sangue arrampicarsi nella spirale di ogni vena.
Oltrepasserò le sbarre di un letto a baldacchino.
Accarezzerò gli occhi della tua maschera.
Aprirò braccia, ginocchia e giunchiglie di ogni mio sapore.
Tutto questo nell'esilio di una notte. Lungo un nastro di asfalto rosso. Per sporcare i tuoi sensi di me.

Buona settimana a tutti

venerdì 13 settembre 2013

Al di là il mare

Guardando verso la galleria del vicolo aspettava di vederla ancora.
Non si stancava mai di infilare lo sguardo nella penombra umida e salmastra e di attraversare il cavallo a volta di quel pantalone di vecchie case, una gamba di muri per lato, per rimanere immobile, pensando che per greve che fosse il peso sopra la sua testa, la rotondità di quei mattoni soffocati da un intonaco ammuffito non era abbastanza forte da vincere la meraviglia della luce oltre il cunicolo.
Circondato da quella trappola d'ombra, era la tenda di cielo azzurro e orizzonte e mare, al limite di essa, a rapire ogni suo pensiero terreno. Un sipario così scintillante da portarlo lontano, al largo, fino alla vista di un'acqua così profonda da assomigliare al colore dei sogni.
Perché lui sognare sapeva. Anzi, a dire il vero era l'unica cosa che gli riusciva bene; ancora meglio quando era così ubriaco di salsedine da sentire gli occhi bruciare.
Perché la notte non teneva mai in serbo nessuna cartolina con quel tratto di mare, solo fame, piedi scalzi, croste e pidocchi dai denti affiliati.
Per il buio, lui era uno dei tanti vagabondi che infestavano come tombini ogni angolo di scolo, quando per la luce era un viaggiatore attento, un esperto di colori e aria buona, onde orlate di zucchero filato, passerelle di sabbia chiara e così tiepida da calzare come babucce di lana.
Per questo aspettava di rivederla ancora.
Le giornata di sole stavano avvizzendo, avvicinandosi a una dogana di tramonti che ben presto avrebbe lasciato entrare briganti di gelo, con mantelli di tramontana così violenti da pugnalarlo al costato dopo avergli voltato le spalle. E labirinti di strade vuote. E scrofe di nuvole grigie, grasse, così lente da sembrare affumicate.
Perciò, se l'avesse vista, tutto sarebbe cambiato: niente più elemosine, niente più disperazione. Solo la fetta di quell'arancia metallica che avrebbe avuto più vitamine di un frutto.
Anche se un bastimento così carico di gente e provviste c'era da chiedersi come riuscisse a solcare l'orizzonte senza affondare. Nessuno glielo aveva ancora spiegato.
Questa è l'America! si disse, insalivando l'arco di un labbro secco, frastagliato come una scheggia, ripetendosi che adesso sarebbe partito anche lui, insieme a tutta quella gente e a quel cibo.
Magari trovando posto accanto a uno di quei topi che a volte si rifugiavano di fronte a lui nel vicolo.
Sarebbe partito appena la febbre fosse passata. Appena lo stomaco si fosse ripreso da quell'ultima settimana senza cibo. Appena la sua nave avesse attraversato il buio di quel vicolo.
E allora, anche lui, sarebbe stato colpito dalla luce del sole.

Buon weekend a tutti

martedì 10 settembre 2013

Opinioni al maschile

Quando piove, il livello di visite al blog mi si alza.
Più che nelle giornate di sole? Ma dai, non ci credo...
Garantito.
Ma, secondo te, esiste una ragione?
Credo sia dovuto alla piattaforma dei siti porno.
Dici?
Ma certo! È statisticamente provato che le donne, nelle giornate di brutto tempo, si annoino di più, e così, per nascondere la cronologia sul pc, lascino palesi tracce di visite ai blog per riportare alla calma il mare di porcate su cui hanno navigato.

Buon pomeriggio a tutti

Sono tornata. Forse.

lunedì 29 luglio 2013

Chiuso per lavoro

Agosto, per chi vive in zone turistiche, è un mese infame. Qui ad Alassio poi, il delirio la fa da padrone. Mi hanno aumentato le ore e sospeso il giorno di riposo, nel negozio dove lavoro, per questo motivo ricomincerò a scrivere storie per il blog solo a settembre. Continuerò comunque a elaborare altre cose e a leggere, visto che stare lontano da qualsiasi forma di letteratura mi duole come un male fisico, ma ho bisogno di poterlo fare senza scadenza fissa, perché due post settimanali sono un piacere ma anche un impegno. Un pò mi dispiace. Anzi, mi dispiace moltissimo, soprattutto pensando che qui da noi bisogna prendere il lavoro quando c'è - è sempre stato così e ancor di più in questi periodi di crisi - passando dai tre turni giornalieri e massacranti di mattino, pomeriggio e sera, al tedio di mesi invernali in cui è difficile riuscire a mettere insieme un totale di dieci ore mensili. Caviale e gusci di nocciola. Mi toccherà quindi essere una brava formichina e accumulare, se riesco, un bel pò di provviste per l'inverno. E di tempo per me ne avrò davvero poco. D'altronde, spesa e commissioni vanno fatti, i pasti bisogna cucinarli, la lavatrice non si carica da sola, stendere è una priorità, qualche pulizia una necessità, dormire un obbligo ed esserci con la testa un dovere. Nemmeno con i miei figli riusciremo a vederci tanto, nonostante Andora, dove abitano e lavorano, disti solo pochi chilometri. Anche loro sono nel pieno della stagione. Gli emoticon di whatsapp saranno gli unici baci che riusciremo a scambiarci. Sarà un mese infernale. Ma questo non significa, come è già successo in passato, che fatica e impegni riusciranno a disinnescharmi del tutto.
La letteratura che mi circola dentro è un male incurabile. So già che finirà, una volta di più, per costringermi a scrivermi addosso. Perché esistono momenti tremendi - chi scrive, lo sa: quando sei assalito da una parola o da un'idea, sei senza scampo - e, se ad esempio durante una vendita, venissi assalita da quel tipo di smania - un'impellenza mentale e fisica - le stesse articolazioni del mio scheletro, ruote della scatola di lamiera che di solito guido con prudenza, mi darebbero giusto il tempo di finire quello che sto facendo per poi rapirmi e portarmi in tutta fretta al casello della borsa. Contenitore a tracolla, dopo averci frugato dentro, in esso ritroverai la mia medicina portatile - almeno una delle quattro siringhe travestite da trattopen nero senza le quali non scrivo e non varco in uscita la porta di casa - e  ogni mia singola e subdola inquietudine titillerebbe, febbricitante, fino a profanare la verginità di un mondo bianco di niente, nell'impellenza umana di trasferire sul foglio di pelle, all'interno dell'avambraccio, ciò di cui ha bisogno. Fatto questo - come lo scolaro che si libera dalla zavorra della cartella - mi basterebbe  pochissimo per tornare ad essere l'incarnazione della perfetta commessa. Perché il mio demone è un demone a tutti gli effetti, anche se di zucchero, e come tale ha bisogno di essere adorato. Gesti, riti e manie sono le sole sbarre capaci di tenerlo a bada. Un ritaglio di carta o un singolo biglietto, lui non lo vuole: troppo facile  perderlo nel turbine di un semplice spostamento d'aria. Come aprire il taccuino: un gesto troppo intimo, uno scambio di carezze tra noi due... Così, nei momenti in cui sono più sotto stress, mi costringe a tatuarmi, dimostrando una volta di più di essere sua. Mi siringo di inchiostro. Mi intossico di parole. Allontano ogni logica a favore di un diavolo del più profondo degli inferi che amo più di qualsiasi angelo celeste. Forse perché ormai sono a un passo da agosto e la stanchezza di giugno e luglio comincia a farti sentire - ho già perso cinque chili - ma, in questi momenti, sento di essere una volta di più sua schiava, corpo e anima totalmente remissivi. E questo fa sì che in qualche modo io ne sia ricompensata. È sempre lui, infatti, che alla fine mi aiuta. Il nostro legame è un profondo equilibrio che si nutre di squilibri. Grazie a lui, sopravvivo. Trovo la forza per persuadermi che i giorni brutti passano più in fretta dei semplici respiri. E che il momento in cui potrò annegare una volta di più nella mia vasca di sillabe non è poi così lontano. Passione tiranna, non smetto mai di cercarne l'odore, infilando il naso in un intrico di radici cresciute sotto il pelo puzzolente di questa superficie... Per fortuna. Una volta di più la nostra alcova è un nido di gambi di rose.

Buon agosto a tutti

venerdì 26 luglio 2013

Un amore

Era nato dalla linfa di un albero, colando dolcemente in un contenitore. La sua sostanza era stata fatta asciugare, mandata in fabbrica e trattata e colorata con materiali naturali. Nello stampo in cui si era ritrovato, una spazzola rotante gli aveva creato un anello, grazie a cui lo avrebbero gonfiato. Era poi passato in acqua calda e in forno, e sotto il tocco lieve di un ugello pieno d'inchiostro che gli aveva disegnato un cuore. Infine, era stato impacchettato, ritrovandosi al fianco di una forma simile alla sua, colorata di blu, con occhi e sorriso. Ed era stato proprio quel lattice sgonfio così vicino, un occhio appiccicato al suo cuore, a bisbigliare che di lì a poco sarebbero partiti. E quando erano arrivati, dopo essere stati caricati su un grosso camion ed aver viaggiato un giorno e una notte, quell'amico blu aveva esultato: "Evviva! Il luna park!".
L'elio con cui venne gonfiato il suo cuore, subito, lo fece ridere. Poi si sentì così leggero che quando gli strinsero l'anello con un cordino e lo legarono nel bel mezzo di un gran mazzo di palloncini, ritrovandosi a sbatacchiare contro un lattice simile al suo, ma di un bel rosa pesca, si innamorò. Quel pomeriggio c'era il vento. Il sole in discesa. Uno strano profumo nell'aria. Forse fu lo zucchero filato lì vicino a stordirlo, con quella sua pettinatura gonfia di dolcezza e vaniglia. O forse furono le sfacciate felicità dei bambini, vive di piccole dita protese. Nessuno lo sa con certezza. Quello che l'asilo di occhi vide, sul far della sera, fu l'uomo dei palloncini che slegava un uovo blu, tutto occhi e sorriso, e mentre lo porgeva a una bambina con due timide trecce brune, alle sue spalle, due palloncini, uno di un bel rosa pesca e l'altro forse un pò anonimo ma con un bel cuore rosso dipinto di fresco, scappavano insieme, verso ovest, incontro a una nuvola appesa al tramonto del cielo.

Buon weekend a tutti

domenica 21 luglio 2013

Eva 2000

La macchina per il caffè Eva 2000 cominciò a sbadigliare vapore alle 6 in punto, come ogni mattina. Mezz'ora è sarebbe arrivato il modello di cui ormai si poteva dire perdutamente  innamorata.
In quel maledetto bar, dove le sembrava di essere venuta al mondo, non succedeva mai niente di nuovo e quando quindici giorni prima, il corpo lucido e tatuato di un gran pezzo di circuiti era scivolato sul bancone dalle mani di un pretuccio calvo e sudato, entrato nel bel mezzo di un noioso inizio giornata di luglio per chiedere un bicchiere d'acqua, aveva sentito le guarnizioni strangolarla.
Subito, si era detta che la forte tentazione di allungare il beccuccio non significava niente, ma quando il prete era tornato il giorno dopo, e il successivo, e ogni mattina degli ultimi quindici giorni, anticipando ogni volta di più la sua venuta, Eva, guardando la livrea del modello che l'aveva colpita, aveva sentito crescerle dentro un surriscaldamento mai provato.
Calcolando, poi, che il pretuccio era presto diventato così loquace da raccontare alla barista - tale Fulvia, serpente di tatuaggio apostolato intorno al braccio con cui rabboccava Campari - della sua lontana parentela con l'ex proprietario di quel bar, passando dal santo e semplice bicchiere d'acqua delle prime mattine a un caffè macchiato, a un marocchino, a un cappuccio con tanta schiuma da mandar giù con una brioche con la crema, quel suo 2000 stampato sul sopracciglio destro si era infuocato.
D'altronde, la colpa non era la sua; la colpa era di quel diavolo di frutto sul corpo dell'Iphone.
Se un semplice uomo di Chiesa, quale il pretuccio, si era lasciato tentare da un peccato, originale come quello della Apple, come poteva resistere lei, una Eva 2000, confinata in un bar di nome Paradiso Perduto, alla tentazione di una mela tatuata?

Buona giornata a tutti

venerdì 19 luglio 2013

Percentuale licenziamenti commesse

"Mi deve compilare questo. Con estrema cura. Usi solo la penna blu. Per scrivere si appoggi su una superficie piana, tenga i fogli diritti e la penna con un'inclinazione del 36%. Le farò mandare una mail dalla segretaria dove trovetà ogni passaggio nel dettaglio. Abbiamo realizzato un ciclostile con foto e didascalie, allo scopo di evitare banali ed incresciosi errori".
Martina guardò il plico di fogli pinzati che il Capo Area gli aveva appena messo tra le mani.
"E non salti nessun campo, mi raccomando. L'anno scorso, la signorina Disordine diede all'Azienda un danno di 0.9 nelle percentuali di visite, e un ammanco di 0.2 nelle statistiche differenziali. Capirà bene che un comportamento così è inammissibile, quindi, quello ci aspettiamo da lei è un punteggio massimo di puntualità e precisione".
Martina annuì, sbirciando tra le bare di rettangoli bianchi da compilare. Epitaffi, pensò sospirando, mi toccherà scrivere epitaffi per le lapidi di un affollato cimitero di voci.
"A partire da adesso, ne sarà lei la responsabile, ha capito?".
Martina guardò l'uomo magro, gli occhi sporgenti, un jeans alla moda e una camicia stropicciata, così bianca da ricordare uno strofinaccio candeggiato.
"Dovrà farmi una scannerizzazione ogni tre ore, mi raccomando. E, subito dopo, mandarmi una mail alla segretaria".
Martina scorse alcune voci: %Ingressi Uomini, %Lamentele Donne, %Piagnistei Bambini, %Passaggi accanto alla vetrina, %Domanda di poter utilizzare la toilette, %Signore con inclinazione verso il colore blu, %Potenziali clienti russi in ordine di apparizione, %Colore occhi marroni rivolti verso l'acquisto delle nostre magliette bianche, %Mani allungate con gusto ed eloquenza verso la morbidezza di un nostro costume da bagno color sabbia e %Mandorle perse dalle tasche di coltivatori piemontesi.
Martina alzò gli occhi per domandare: "Mi scusi, ma devo aver capito male, io pensavo che voi aveste assunto una commessa per vendere...".
"Vendere?" estroflesse, se si può, ancora di più gli occhi il Capo Area "Senta, facciamo così: le farò mandare dalla segretaria il ciclostile del nostro decalogo di Azioni e Comportamenti indispensabili per non ledere al Cuore dell'Azienda, così potrà studiarselo a casa, punto per punto, con tutta calma e imparare a memoria la sequenza esatta di ogni statistica e strategia, tra i cui punti scoprirà l'indispensabile voce: %Licenziamenti Commesse che fanno troppe domande".

Buon weekend a tutti 

martedì 16 luglio 2013

Potrei sempre rinascere cucchiaino di plastica.

L'alta marea di gente che invade il letto lastricato del Budello, quando si ritira non lascia nemmeno una conchiglia, solo avanzi di cibo.
Uscivo da lavorare dopo una serata di parole, sorrisi e percentuali. Da quando erano iniziati i saldi, un pellegrinaggio furioso spingeva i fedeli dello shopping alla scoperta dei templi più adatti in cui lasciare testimonianza della propria offerta. La crisi? Al ritorno, in città. Certo, questo garantiva a chi era assunto, a chiamata, come me, il privilegio di poter lavorare; fa niente se d'estate, per due mesi e mezzo, ci si schianta con turni massacranti e d'inverno, per gli altri nove e mezzo, si fa la muffa, riuscendo a lavorare la bellezza di un totale di sei ore al mese. Viene da ridere. Me l'avevano già detto quel: "Troppo giovane per andare in pensione, troppo vecchia per un contratto normale". E mi era andata bene con quell'indeterminato che non avevo ancora capito se di indeterminato avesse un tempo o una preoccupazione. Calcolando che la mia settimana lavorativa era un andirivieni di passi per un'altalena di turni al massimo di due ore e mezza ciascuno, stavo perdendo peso per i chilometri e la stanchezza, in tasca la banconota falsa di un lauto guadagno. A parte i weekend, in cui mi sparavo i tre turni - alla sera, se schiodavo entro mezzanotte potevo dire che mi era andata bene, visto che al mattino ero sempre io ad aprire, tanto la sveglia di mio marito, escluso la domenica, cominciava a chiamare già alle 6.30 - e il mercoledì di riposo, così da poter fare due commissioni, lavare, stirare, farmi qualcosa di più da mangiare per la settimana, dare una pulita in giardino, innaffiare, leggere e scrivere, gli altri giorni ero di turno mattino e sera, giusto per essere sempre al punto di fusione giusto. Perciò quella sera uscii dal negozio, dopo una giornata di gente continua, programma gestionale in tilt per colpa del server aziendale, otto colli da sballare stipati a forza nella cella di un bagno, etichette da attaccare ad ogni capo in uscita dal magazzino, così da sostituire in tempo reale il venduto, e conti alla chiusura che non tornavano, ipnotizzata dal mal di testa, e quando vidi una ragazza che camminava davanti a me - bellissima, un paio di sandali alti con il tacco, shorts, una canotta perfetta per valorizzare l'abbronzatura, capelli lunghi, sciolti, e una scia di profumo come lo strascico di una sposa - che cercava di buttare in un cestino strabordante una coppetta di gelato vuota, quest'ultima che cadeva a terra tra il popolo dei rifiuti, mi domandai se nella prossima vita avrei potuto scegliere se essere un cucchiaino di plastica o un cartone per la pizza. Me lo meritavo. Perché per il momento ero solo un fantasma pallido e con le occhiaie, e visto che qualcuno, guardandomi, riusciva ancora a domandarmi, stupito: "Ma tu, non vai al mare?", rinascendo come un oggetto qualsiasi mi sarei almeno avvalsa del sacrosanto diritto di non rispondere.

Buona giornata a tutti

venerdì 12 luglio 2013

Il famoso caso Minchia

Il famoso caso Minchia finì sulla scrivania dell'Ispettore Volpe la stessa mattina in cui fu arrestato un certo Giacomino Tinsegnoio, reo di stupro a danno di una scrofa gravida e stalking a danno di una ottantenne appena operata di cataratta.
"La settimana più calda dell'anno" fu incoronata dallo stesso Commissario Capo Figliodilollofrigida alle otto della domenica sera.
Quel lunedì era partito con tre furti nel chiosco del cocco ("A Commisà, manca pure il reggipetto della Gina...") due tentativi di scasso al bar 'Poker e Campari' e sette (e ribadisco sette) furti di roba stesa sui terrazzi di via Cazulini. Il martedì e il mercoledì una carovana di zingari aveva rubato i berretti da baseball pieni dell'elemosina guadagnata onestamente da cinque ragazzi di colore, un pensionato aveva minacciato di far vedere la terza gamba all'impiegata dell'Ufficio Postale dove gli avevano trattenuto un quinto della pensione con la scusa che il terminale si era disconnesso per seguire un discorso di Papa Francesco e due torinesi con camicia a quadri avevano ipnotizzato il proprietario di un negozio di ottica portandogli via da sotto il naso la commessa. Il giovedì, una bagnante nuda (6^ di reggiseno e folto di pelo transgenico sotto il naso, le ascelle e tra le gambe) aveva preso in ostaggio un bagnino mingherlo, rischiando di soffocorarlo tra le pieghe di una pancia unta e slabbrata, mentre il venerdì (da sempre giorno di magro) un macellaio del centro aveva rimpinzato di filetto di vitello una colonia di gatti randagi, pur di non incassare dieci e pagare cinquanta di tasse. Il sabato, poi, se durante la giornata si era registrato solo un tentativo di truffa (un pittore locale aveva cercato di rivendere due tovagliolini del bar pasticceria Riviera ritoccati, spacciandoli per tovagliolini autentici del bar pasticceria Balzola) alla sera i divanetti di una discoteca erano andati in fumo grazie alle voglie infuocate di cinque professoresse in gita con sette classi di un Liceo di Marsala e nella notte due volanti della Polizia erano andate a sbattere contro il palo del semaforo sul rettilineo tra Alberga e Ceriale dopo essere stati distratti dal topolino di luce dello specchietto da cipria di un trans senegalese. E la domenica non era andata meglio: un gruppo di Harleysti si era dato appuntamento sulla Passeggiata mare alle sette del mattino e aveva montato un trampolino tascabile, dopodiché ogni motociclista con bandana teschiata sul setto nasale e casco prussiano sul cocuzzolo della testa era saltato oltre la ringhiera, atterrando sul bagnasciuga derapando, lasciando incisa sulla battigia la scritta: I Love Milf.
Perciò quel caso Minchia rischiava di mettere a dura prova il già provato Ispettore Volpe. Così, il lunedì successivo, il mozzicone di sigaretta elettronica che teneva sempre in bocca sputò vapore per l'intera giornata solo su scartoffie e reati minori (un tentativo di suicidio con le ossa della fortuna di cinque polli, un marito aggredito dall'amante per gelosia nei confronti dello scooter e tre atti osceni in luogo pubblico perpetuati da un postino impazzito per non aver trovato il C.A.P. su due buste) e, quando a fine giornata, quel Figliodillofrigida gli ordinò di portarsi a casa il fascicolo per studiarlo, e il Volpe, arrivando a casa, scoprì sua moglie sul terrazzo, in babydoll, occupata a stendere, e un Minchia nascosto nel vicino armadietto di ferro, il binocolo di un vicino vide l'Ispettore buttare la cartellina e la sigaretta elettronica giù dal balcone, per poi sparire da qualche parte, forse oltre la porta del bagno.

Buon weekend a tutti

martedì 9 luglio 2013

Ma, diamo i numeri?

La verginità del mattino lo istupidiva. Nel caffelatte delle sue abitudini sedeva a tavola fissando  lo schermo liquido prigioniero della tazza che aveva davanti, come interrogasse una lavagna a specchio senza riflessi odorosi. Certo, avesse avuto una moglie, dei figli, un cane e un mutuo sulle spalle, la sua testa calva avrebbe guadagnato la busta paga di un certo senso, mentre il bagaglio di calcoli che si portava sempre appresso era riuscito a irritargli dall'interno ogni bulbo fino alla sconfitta, promuovendolo sì capo contabile della più grande ditta di pompe funebri della città ma, di rimando, trasformando ogni singolo minuto delle sue metodiche e calcolate giornate in una griglia intransigente di numeri e risultati.
Solo il limbo del risveglio, per qualche istante, lo riportava indietro da qualche parte, altrimenti, il nome dei corpi di ogni defunto veniva seppellito dal suo senso del dovere sotto alla lapide del conto riservato agli eredi, l'intestatario della ditta finiva accanto al numero 27 dell'accredito dello stipendio, i colleghi accerchiati dallo 0 delle loro capacità e i contrattempi a fianco della radice quadra del triangolo con l'ipotenusa sul 3 e i14 di una rottura di palle.
Finché una sera, sarà stato novembre, tornando a casa tra le ombre di un crepuscolo umido e silenzioso, inciampò in una cosa. Cosa, fu la prima definizione coniata dalla razionalità della sua logica, rottame, l'appellativo romantico di una vena nascosta della sua giovanile indulgenza. Comunque, per una volta, dentro di lui, qualcosa era scappato dal controllo della sua dogana di numeri, al punto che si ritrovò a portare a casa un ammasso di vernice scrostata senza capire fino in fondo il perché. Il mattino dopo, poi, inaspettatamente, si svegliò ancor prima che suonasse la sveglia e scese di casa mezz'ora prima per procurarsi tutto ciò che gli occorreva. Arrivò comunque puntuale, sul lavoro. Anche se per l'intera giornata rimase distratto come non gli succedeva da tempo, sbagliando addirittura di fila un paio di moltiplicazioni. Perché continuava a pensare a quello che aveva lasciato vicino al tavolo della sua colazione. E continuò in questo modo per almeno una ventina di giorni, finché una mattina, seduto al cospetto del solito caffelatte, si rese conto che quel piccolo specchio tondo aveva un odore. Tostatura arabica, pensò dentro di sè, e rimase così sorpreso da quell'aroma così vivo e presente che quando uscì di casa, portando giù in strada, finalmente, su una spalla, il peso di quello che aveva raccolto come un rottame, e si accorse che c'era il sole, si aggrappò al manubrio della vecchia bicicletta che aveva aggiustato, salì in sella e cominciò a pedalare, dribblando come un vecchio ubriaco la sequenza dispari di tombini che cercava in tutti i modi di mordergli i battistrada.

Buona settimana a tutti

venerdì 5 luglio 2013

Bambini e spazzatura

Di tutto quello che potevi pensare di trovare, dillo, mai avresti immaginato di imbatterti in un bambino. Di quel sacchetto di carta, targato Violetta di Parma, non ti eri nemmeno accorto. Subito, in lontananza, a cavallo del nastro giallo appena ridipinto, ti era saltato agli occhi uno sgangherato triciclo di legno, un vecchio catino di plastica azzurra, una pila disordinata di vecchie riviste e un cestino di vimini che vomitava stoffe.
D'altronde, non andavi mai fino a quel bidone. Forse perché sotto la palpebra verde del suo coperchio rivedevi ancora, nonostante fosse passato un anno, l'occhio rettangolare, esangue, di quel biglietto d'abbandono. E ti avventuravi per stradine parallele, piuttosto che avvicinarti a quel confine; ti perdevi nell'odore acre della tua cucina, pregna dell'immondizia mai da buttare, piuttosto che annusare un solo fiato di quel tormento. Anche se tua madre ti rimproverava: "Fabio, non puoi continuare così. Io, vengo volentieri a darti una mano, ma tu, devi fare qualcosa".
E tu, alla fine, avevi ascoltato quell'unica donna che per troppe volte aveva restituito un odore sopportabile alla tua vita, e in una rumorosa mattina di traffico eri tornato a quel bidone.
Ma, di tutto quello che potevi pensare di trovare, dillo, mai avresti immaginato di imbatterti in un bambino.
Anzi, di bambini ne trovasti due: quello sorridente, ritratto in una vecchia foto che ti guardava dal cratere di un fragile sacchetto di carta, e quello senza sorriso, le labbra socchiuse sui denti cariati dai succhi gastrici dei tuoi trent'anni.

Buon weekend a tutti

lunedì 1 luglio 2013

Louis Vuitton è l'unico che ha capito qualcosa.

Li ho sentiti parlare. Per caso. Mentre passavo da un vicolo che porta al mare. Stavano uno di fronte all'altro: un uomo e una donna. Due figure con maglietta e calzoncini, come d'estate ne spuntano da tutti gli angoli. Pensare che sono passata di lì per evitare i commenti insulsi dei bagnanti che affollano l'arteria pedonale lastricata di pietre e negozi, lungo cui ogni giorno passo per andare e tornare dal lavoro. Spesso mi capita di essere rallentata da uno sbarramento di cazzeggiatori che pigolano beccando con lo sguardo di qua e di là, oltre l'aia di molte vetrine alla moda, e quando ho fretta, non basta un buon dribbling per riuscire a scartare i loro beccheggi. Così ho girato l'angolo, dove abita uno dei pochi cestini per l'immondizia sempre gravido di coppette gelato vuote, sanguinanti rivoli di creme ormai sciolte, intercettando un pezzo di discorso, quattro passi più in là.
"Tu non capisci" dice la bionda.
"Mi dispiace... Davvero..." le risponde il moro.
"Vorrei non essere mai venuta in vacanza con te".
"Ma, amore...".
"Lo sapevo".
Rallento. Quasi mi fermo. Caccio una mano in borsa in cerca di un pretesto che giustifichi il mio cambio di velocità, incuriosita dallo sguardo affranto di lei.
"Ero sicura che non l'avrei più trovata. Dovevamo passarci ieri sera, te l'avevo detto".
"Ma, amore... Guarda, facciamo così: se vuoi, oggi pomeriggio, ti porto fino a Sanremo. Vedrai, la troveremo...".
"E se non la troviamo nemmeno lì e dobbiamo andare fino al Vuitton di Montecarlo?".
"Amore, se ti ho promesso che te la regalo, te la regalo. Lo sai che pur di vederti felice ti porterei in capo al mondo...".
Ho accelerato. Buttato un occhio all'ora: le 12.45. Fatto due rapidi calcoli: con i dieci euro che ho in tasca riesco a prendere il latte, il pane, un paio di pesche, qualche patata e due fette di tacchino. Per pranzo, un po' di sugo di pomodoro di ieri e un pacco di spaghetti ci sono ancora. Manca solo il grattugiato, ma lo prenderò domani.
Quando sono uscita dal vicolo, ho dovuto di nuovo dribblare un cordone di cazzeggiatori, questa volta naviganti alla deriva sulla passeggiata mare. E quando mi sono detta: forse è meglio se domani passo a respirare un po' di scarichi lungo la via Aurelia, una signora mi ha fermata per chiedermi se sapevo indicarle dove vendevano l'Iphone.

Buona giornata a tutti

giovedì 27 giugno 2013

Vendetta

"Senta, preferirei il modello con gli specchietti".
"Non c'è problema. Faccio un pacchetto regalo?"
"No, no, sono per me".

Quando il signor Palmiro uscì dal negozio si sentì soddisfatto. Ancora qualche ora e avrebbe vinto la partita: contro la portinaia, contro tutti quei pettegoli che non la smettevano più di bisbigliare alle sue spalle. Durante gli ultimi mesi, cioè da quando la sua vita aveva sterzato bruscamente verso una destinazione imprevista, prima di scovare quello che aveva trovato in quel negozio specializzato, si era preparato con cura. Aveva rivisto tutti i film di 007, calcolato quale postura assumere, l'angolazione migliore per l'osservazione e il colpo più efficace per andare a segno. E adesso che il sacchetto gli penzolava a fianco, ogni placca di colesterolo per un attimo si era sentita una piastrina gigante. D'altronde, non ne poteva più. Negli ultimi due mesi, almeno un paio di inquilini e la portinaia, ogni qualvolta la manica del suo cappotto aveva varcato il portone, si erano fatti trovare lì, nell'androne, ad aspettarlo. Lo avessero affrontato di petto, lui avrebbe risposto con sincerità, magari aggiungendo qualche particolare di cui il palazzo sarebbe andato sicuramente ghiotto e ogni pettegolezzo sarebbe finito all'istante. E invece la sua 'disgrazia' era diventata il passatempo preferito di ogni citofono, al punto che tutte quelle parole avevano finito per riempirgli la schiena di nei.
E così, quel pomeriggio di fine maggio era tornato a casa, aveva tirato fuori dall'armadio il completo buono, quello nero, simile allo smoking di James Bond in "Licenza di uccidere", aveva tolto dal sacchetto il suo acquisto e si era preparato. Ormai sapeva che il suo rientro pomeridiano delle 17 ispirava un summit speciale tra la portinaia e la signora Merloni del 15 bis e, visto che quelle due unghie da french manicure erano le rappresentanti sindacali dei graffi e avrebbero immediatamente sparso la voce sulla pericolosità della sua vendetta, scese le due rampe di scale che lo dividevano dalla portineria in perfetto orario. Ed eccole lì le due anime pie a far finta di parlare del calibro dei piselli da minestrone...
"Buonasera, signor Palmiro. Che eleganza questa sera!" disse la portinaia rivolgendosi all'inquilina per farle l'occhiolino. Ma lui non si scompose, non era ancora il momento, fece appena un cenno con il capo e oltrepassò i loro sguardi appiccicosi, comportandosi allo stesso modo di sempre.
Fu quando ormai le due figure erano una coppia di fucili puntati alle sue spalle che guardò negli occultati specchietti revisori dei suoi nuovi e sofisticati occhiali neri da spia e, dopo averle effettivamente beccate a sparlargli dietro, si girò con sobria imperturbabilità e disse: "Mia moglie mi avrà anche mollato per scappare in Spagna con mio fratello, ma suo marito, signora Merloni, si mantiene Slovinka Sukkiowski al 16 bis, e in quanto al giovane e aitante giardiniere di nome Julio che la nostra portinaia si lustra dietro alle tende del suo gabbiotto, vorrei far presente che in realtà è tale Giuseppe Scartati con moglie e quattro figli, e non è mai stato uno studente di psicologia fuori corso".

Buona weekend a tutti

mercoledì 26 giugno 2013

Infiammazione

Da quando le era venuto quel benedetto prurito, aveva già provato di tutto.
Era andata da Mara a farsi leggere le carte. Era passata dall'erborista per un bel pezzo di cristallo antinfiammatorio. Si era fermata dalla signorina Pamela a chiedere la data esatta della più vicina luna piena, avventurandosi, in ultimo, nella penombra della chiesetta di S. Rocco, dove si era inginocchiata abbassando il capo, promettendo di recitare preghiere per il resto della sua vita nel caso le fosse stato concesso un miracolo.
Perché lo sapeva: la colpa era solo sua e del flash del suo telefonino. D'altronde, non aveva saputo resistere alle lusinghe di Piero.
- È così che si diventa famosi....
E lei aveva scattato... in un istante, in posa, le gambe divaricate.
Per curiosità. Simpatia per qualcosa di suo ma di così intimo da esserle sconosciuto.
E adesso quel prurito la stava facendo impazzire.
- Tu dammi la foto e vedrai che il prurito te lo faccio passare io - l'aveva convinta Piero, dopo essersi fatto confessare il suo profondo tormento.
E il prurito era passato. Con un moraccione che aveva intonato, sul sedile di pelle della sua macchina, cavalcioni come volesse smontarla: - Vengo anch'io... - mentre lei pregava: - No, tu no.

Buon week end a tutti

lunedì 24 giugno 2013

Terremoto

Pensare che la diga di case colorate che divideva la passeggiata dal centro mi era sempre sembrata la maglia di una catena indistruttibile. I suoi intonaci netti, sfumati come le schegge di vetro levigate e restituite dal mare, avevano occhi di persiane verdi e rade ciglia di balconi, saliscendi interni di scale e nicchie, cucine con consumati lavelli di marmo e camere spoglie, sopra al letto solo un crocifisso coronato da un rametto d'ulivo.
Faceva parte di una piccola cittadina di mare, quel susseguirsi di case alte pochi piani, i magazzini dei pescatori nascosti nei ventricoli a volta, bassi e poco illuminati. Dietro ai portoni di legno, rosicchiati da salsedine e sabbia sbattuta con furia nelle giornate di Maestrale, si respirava ancora il pungente odore delle acciuge sotto sale, del basilico pestato nel mortaio e di un olio così corposo da sembrare una crema per pane.
Tutte quelle abitazioni avrebbero potuto continuare a essere la collana più adatta al collo di una vita semplice e serena. Tutte.
In realtà, era ciò che mi sforzavo di continuare a credere, perché grosse crepe ormai erano apparse sui soffitti di ogni cantina. Ogni mattone si stava allontanando sempre di più da quello vicino e il terremoto della nuova, incombente situazione stava cominciando a imbiancare la testa degli inquilini con la sottile polvere grigia che precede ogni caduta.

Buona giornata a tutti

venerdì 21 giugno 2013

Gatti

Quell'anno il vecchio gatto randagio arrivò insieme allo Scirocco. Abitavo in collina, tra ulivi e vecchie case di pietra semi abbandonate e una mattina, aprendo la porta che dava sul viottolo della frazione, lo trovai acciambellato tra due vasi di fiori. Subito mi guardò senza muoversi, poi, come mi avvicinai, alzò appena la testa. Non miagolò. Continuò a fissarsi, come a cercare nella mia fisionomia i tratti di un'informazione avuta da un suo simile. Amavo da sempre i gatti. Forse lo sentì. Era sporco, ferito sopra un occhio, una lacrima di pus a colargli sul naso, il mantello tigrato e una strana macchia bianca vicino alla bocca. Puzzava. Di un odore tra la muffa e il veleno. Non feci nemmeno il gesto di accarezzarlo. Tornai in casa per prendere una scatoletta di bocconcini, scorta sempre pronta per Mimì e Salsiccia, i miei due gatti. Abitando in campagna, loro, vivevano liberi. Anzi, forse proprio per l'arrivo di quel forestiero non erano lì a miagolare la colazione. Non mangiò. Rimase acciambellato dov'era. Sembrava stesse così male da non aver paura nemmeno della morte. Passò l'intera giornata dietro alle mura di quei due vasi di coccio senza miagolare una sola volta, continuando a fissarmi solo se mi avvicinano. Riuscii ad accarezzarlo, ma il suo pelo era così ispido che sui polpastrelli mi rimase la saggina di una ruvida sensazione. Sapevo come le leggi della Natura, per crudeli e spietate che fossero, andavano rispettate. Gli portai dell'acqua e non riuscì nemmeno a bere. Lo lasciai tranquillo. Mimì e Salsiccia non si fecero vedere per l'intera giornata e il mattino dopo, il randagio, non c'era più.

Quell'anno Polpetta e Teiera arrivarono insieme alla Tramontana. Una mattina, aprendo la porta, le trovai a giocare tra due vasi di fiori. Erano buffe, appallottolate a tirar testate contro quelle mura di coccio. Le guardai azzuffarsi. Non mi avvicinai. Rimasi sulla porta di casa qualche minuto, poi rientrai a prendere una scatoletta di bocconcini. Quando uscii per metterli nella ciotola, Mimì e Salsiccia arrivarono miagolando, con la coda alzata. Era la prima volta che mi portavano la cucciolata. Una micina per uno. Due gattine di tre colori. Tornai sulla soglia. Erano ancora così schive e selvatiche, quelle due patate di pelo, che se mi fossi avvicinata sarebbero scappate. Aspettai. Pochi minuti e arrivarono anche loro a far colazione; dopo un balzello, un attentato ed essersi ricorse come due indemoniate. Cominciarono a mangiare. Fu in quel momento che sorrisi: calmandosi, ero riuscita a scorgere in tutte e due una piccolissima e strana macchia bianca vicino alla bocca.

Buon weekend a tutti

lunedì 17 giugno 2013

Passi

Quante cacche di cane doveva dribblare al mattino, quando usciva di casa? Uno slalom lungo le strade di una città che non guardava mai a terra, impegnata com'era a rifulgere di presunzione. Lunedì, ne aveva contate sette. Martedì, solo cinque. Mercoledì e giovedì, oltre a quattro di dimensioni normali, un paio così grosse da valere almeno il doppio. Venerdì, solo tre. Sabato e domenica, da non aver dita a sufficienza per riuscire a contarle.
Sembrava sempre che lo aspettassero al centro di ogni marciapiede, quei noccioli di scarto così tristi da chiedersi la rielaborazione di quale marca di bocconcini fossero; ed era costretto a guardarli, se voleva evitare un buongiorno di fastidi e auguri poco ortodossi. Erano mesi che quella sfida mattuttina lo infastidiva. Settimane che il primo pensiero oltre il portone mappava i punti neri del giorno prima, perché l'enigmistica dei possibili quadretti bianchi, neanche Bartezzaghi sarebbe riuscito a incastrarla. E ogni giorno camminava con la testa bassa, salutava i mocassini del dottor Pelandroni, le nike di Massimo, i sandaletti brillantinati di caviglie molto carine, proprietà di qualcuno di cui non conosceva il nome. Forse, tutta la sua vita sarebbe andata avanti sotto l'impegno di quella stupida attenzione, ma d'altronde, era giusto che badasse ai suoi passi, opportuno che almeno al mattino facesse di tutto per evitare la solita merda.

Buona giornata a tutti

venerdì 14 giugno 2013

Gigolò

"Per essere un perfetto gigolò devono prima di tutto piacerti le donne" disse la vecchia pornostar, appollaiata davanti a uno specchio, intenta a ripassare un terzo strato di rossetto fucsia sulla protuberanza di un labbro inferiore simile al pluviale di un garage.
"Puoi guardare su Internet, se proprio non sei sicuro delle tue tendenze. Da non trascurare è l'abbigliamento: mocassini di vernice neri, reggicalze con calzino filo di Scozia in tinta unita, pantalone nero, torso nudo, farfallino, giacca scura con reverse di raso. A qualcuno piace avere la moto, per presentarsi al meglio della propria potenza e, in questo caso, tieni presente che il tubo di scappamento deve rispettare lunghezza e diametro del tubo d'acciaio che madre natura ti ha dato in dotazione" fece la vecchia, facendo l'occhiolino, abbassando la saggina di una ciglia finta sul tappeto di un'occhiata che della antica lana aveva solo più la capra del'aspetto.
Il giovanotto segaligno pensò alla larva che nascondeva negli slip e ai suoi 45 chili di prestanza fisica. Era seduto sul divano sfondato di una roulotte sderenata. Si girò a guardare l'intonaco di foto, soffocato dalle protuberanze di tette e culi che lo stavano accerchiando, ecoscandagliò il linoleum screziato da bottiglie di alcolici vuote e azzardò un'occhiata all'opprimente soffitto, simile a une sottile gengiva color malva macchiata da denti d'umidità di un verde bagnoschiuma all'estratto di rospo. Non riusciva proprio a guardare in quello specchio da cui continuavano a spolparlo due pupille rinsecchite come cozze liofilizzate dal caldo di un phon.
"Avvicinati sempre a donne molto grasse e vistose e lascia che ti cavalchino fino al mattino. Sei hai problemi di durata, pensa a un flipper, a una Coca Cola -ti piace la Coca Cola, vero ragazzo?- o a un toast con la maionese. Le prime volte, può risultare difficile, ma ho io una cosina che potrà aiutarti...".
La vecchia allungò il rastrello di una mano orlato da uno spesso strato di smalto brillantinato e porse al giovanotto il dischetto di una confenzione.
"Preservativo isolante effetto menta artica", lesse il ragazzo. Questa volta si fece coraggio e fissò per una decina di secondi la parrucca cotonata, rosso fuoco, riflessa nello specchio, poi, quando la dentiera della vecchia traballò: "O se invece di mettere questo preferisci pensare ai soldi che mi devi o a mio figlio Frensis e al bruciore di culo che è capace di farti venire, fa pure", i suoi occhi si parcheggiarono sul materasso di pelle flaccida della schiena nuda che aveva di fronte, sperando che la freccia del perizoma color seppia che spuntava dal taglio purulento di quel frusto sedere sfiancato, invece di puntarlo, lo accecasse.

Buon weekend a tutti

martedì 11 giugno 2013

Tormenti

Era un buono a nulla. Per quanto desiderasse, si impegnasse e sognasse di riuscire a fare ciò che ormai era diventato la sua ragione di vita, ogni volta qualcosa andava male.
Per questo la sera in cui si decise a provarci per l'ultima volta, la luna piena, con quel suo monocolo bianco da Generale nascosto dietro a un'unica lente sporca di latte, l'aria puntinata di lucciole silenziose, l'odore dei fiori appassiti durante giorni ormai gialli di sole, e il formicolio raccolto nei polpastrelli delle mani lasciate penzoloni, lo convinsero che una nuova sconfitta lo avrebbe finalmente persuaso a lasciar perdere.
Mise una mano in tasca e ne cavò una penna; cercò un sasso e si sedette; sfilò dalla tasca interna della giacca un piccolo taccuino. Forse era un bene che in quella notte silenziosa la solitudine fosse l'unica testimone: è imbarazzante essere ciò che non ci si sente di essere. Aprì in due il guscio di cartone. La luce bianca dell'astro illuminò la griglia di una pagina vuota, spalmando su quella mancanza di parole uno strano fulgore. Sentì un guizzo d'inchiostro macchiare il rosso delle sue ricorrenti illusioni. Lasciò che la punta della freccia a sfera colpisse un quadretto, in pieno, nell'occhio; poi la accompagnò; ne seguì la traiettoria; guardò la sfera rotolare in modo bizzarro, lasciandosi andare nel tratto di un disegno. Sulla pagina bianca comparve il disco perfetto di un'astronave e, sotto, il proclama di queste parole: accendi i motori e riparti.
Almeno aveva provato. Almeno per un attimo aveva sperato di finirla con quel tormento che lo stava annientando. Basta notti senza sonno. Basta soccombere a quel dolore al centro di ogni sfiato. Basta fauci senza saliva. Scrivere lo stava devastando.
"Sono un buono a nulla, cos'avete da venirmi dietro? Avete visto? Cosa c'è di tanto speciale in voi, maledette parole?" urlò verso la pagina. Ma quel disegno lasciato dalla penna, vicino a quella piccola frase, stava già prendendo vita, come un fagiolo magico da cui può germogliare una nuova e diabolica pianta.
E giù di nuovo a immaginare mondi e situazioni; lenzuola rimboccate su fitte pagine di vocabolari; aggettivi e sottrazioni; ore di sublimi invenzioni e mal funzionanti tormenti. Perché per quanto atroce, pesante, amara e frustrante fosse la sconfitta, la punta di una pulsione spingeva come lo spigolo di un diamante nascosto dentro a un cuore di carbone.
Ma, allora, che fare?
Chiuse il taccuino e lo rimise in tasca. Si alzò dal trono di pietra di un sasso qualunque. Scagliò la penna contro la luna. Si incamminò verso l'insonnia di un nuovo pensiero e decise che niente avrebbe fatto.
Niente. Niente. Niente.
Perché si può forse pretendere di riuscire a salvare una formica dalla sfaccettatura di un unico granello di zucchero?
Si può forse chiedere a un piccolo, insignificante e debole insetto di stare lontano dal buco nero e profondo del suo formicaio?

Buona giornata a tutti

venerdì 7 giugno 2013

Maschi e femmine

Gli schiaffi della notte sono quelli che mi fanno più paura. Non che non li meriti, so che il mio aspetto lì attirerà sempre e comunque, dico solo che per uno abituato a innocui svolazzi, è sempre difficile immaginare quei proiettili senza timore. E tutto perché mi sono innamorato. Per amore questo ed altro, mi sono ripetuto, la sera in cui il suo fascino mi sopraffaceva più della sua maledetta richiesta. Lo so, non sarei mai dovuto andare contro natura. E mai avrei potuto sospettare qualcosa dopo aver trovato quella casa sull'acqua. So che maschi e femmine hanno esigenze diverse... I problemi sono cominciati dopo, quando ha deciso che era arrivato il momento di essere madre. Ecco, quello è stato il vero punto di svolta, il giro di boa del nostro matrimonio. Se durante una delle sue uscite serali non avesse visto chissà cosa o ronzato con chissà chi, io adesso potrei vivere la mia tranquilla vita breve, mentre lei si occuperebbe del lavoro 'sporco', come dovrebbe essere nella natura dei nostri ruoli. Per questo le mani della notte mi fanno così paura. Forse sono un codardo, un maledetto insetto senza coraggio. Ma qui non si parla di avere spazi in più di libertà personale. Quello che pretende lei è un pericoloso scambio di ruoli.
E così, stasera dovrò fare un maledetto giro di ricognizione, appostarmi e aspettare. E dovrò essere così fulmineo, nell'azione, come so di non essere capace a fare. D'altronde, il suo ricatto è stato chiaro: "Vuoi che deponga uova sane e robuste, sì o no?".
Per questo stanotte dovrò rischiare di finire la mia esistenza ucciso da uno schiaffo, il corpo spiaccicato su una schifosa coscia sudata. E solo perché mia moglie non è più la stessa zanzara che ho sposato.
Stasera toccherà a me uscire a succhiare lo schifoso sangue di qualcuno. Io che non ho mai punto, io che mi nutro solo di succhi vegetali. E solo per amore verso quelle uova.
"Nella buona e nella cattiva sorte" era stata, quel giorno, la mia promessa.
"Finché morte non ci separi" era stata, quel giorno, la semplicità delle sue pretese.

Buon weekend a tutti

martedì 4 giugno 2013

Gli introvabili

"Stavolta me l'hanno fregata".
"Dici?".
"E se becco chi è stato giuro che gli strappo le narici!".
Savio e Rosolino sono seduti uno di fronte all'altro, a dividerli solo il quadrato di un tavolo.
"Hai provato a guardare nel cassetto segreto?".
"Ma che? Sei scemo? Certo che c'ho guardato!".
"Nel borsello?".
"Niente".
"In tasca del giaccone?".
"Non c'è".
"È mica passata Carmela?".
"Ma fatti i cazzi tuoi!".
Davanti ai due, appoggiati sul piano di legno, ci sono: un coltellino svizzero tarocco accessoriato per manomettere citofoni, vibratori a batteria e  macchinette a cialda per il caffè , due biglietti della lotteria, un rotolo di gratta e vinci grattati e perdenti, una confezione di carta igienica su cui è impressa la stampa delle nuove banconote da 5 euro, un catalogo, due Mars, due lattine di Red Bull e una scacchiera con la regina vestita da lap dancer, il re vestito da drag queen, i cavalli con un pennacchio di peli di stronzo, gli alfieri che reggono un cartello con le tariffe dei treni per la tratta Milano-Saronno, le torri con Raperonzolo nuda prigioniera di una finestrella con sbarre e i pedoni vestiti come il poliziotto dei Village People ma delle dimensioni di puffo brontolone.
"E ordinane un'altra...".
"Così fanno quattro".
"E che te frega! Se ti ci trovi bene...".
"Così fanno 40 euro".
"E allora? Lo sai che è difficilissimo trovarla".
"Come il cavatappi per il cerume... Te lo ricordi quanto c'abbiamo messo a scovarlo?".
"Appunto...".
"Passami il catalogo, va'".
"Magari stavolta ne prendo una anch'io".
"A che pagina era?".
"La pagina non me la ricordo, ma la foto è verso il fondo, subito dopo il sedere di Marilyn Monroe che spegne le sigarette".
Rosolino comincia a sfogliare.
"Vediamo un po'... massaggiatore wireless con capocchia di pelo, tagliaunghie con testina orientabile verso nord, mini aspirapolvere per tassello slip, set due canottiere snellimento uomo, wc da viaggio donne e... eccola!".
"Fa leggere un po' cosa c'è scritto? Allora... Centrifuga per pettinare i peli del naso. Batteria fotovoltaica. Capacità di rotazione anche in caso di vento. Ripiegabile. Comoda e pratica. Indispensabile per domare scompigli effetto mosaico".

Buona giornata a tutti

venerdì 31 maggio 2013

Il dildo grosso quanto un camion frigo della Conad

Stavolta sono davvero preoccupato! O dovrei dire preoccupata? Da quando si è messa in testa di farmi bere candeggina prima di baciare il culo di un wc, di costringermi ad abbracciare una ciliegia per poi rimproverarmi di averla spatasciata cercando di possederla dall'uscita di servizio di un piccolo sexy shop, o di buttarmi in un tombino dopo aver, strategicamente, nascosto un imbuto che trasforma i limoni in canne da pesca e le bambole gonfiabili in canottiere del Milan, la mia vita è diventata un inferno. Lei è le sue storie! Sapevo che le cose, per me, non sarebbero state semplici... provate voi ad essere partoriti da un neurone e a finire ruminati da un paio di molari solo perché in quel momento sta pensando a una sua amica che sta per salire in giostra su un cowboy con sperone di cuoio. Parla pochissimo d'amore, solo di porcherie, le piacciono i gambi di sedano da infilare negli occhi a chi le guarda i bottoni due volte di troppo e conversa abitualmente con i capezzoli su lunghezze e dimensioni di molti ciuffi maschili; ma crede anche che se la luna piena cadesse nella sua vasca da bagno potrebbe tapparle il buco dello scarico come un occhio caduto da un'orbita e incastrato con la pupilla nel suo cucù. Fate voi... poi dice a me che sono pazzo; o pazza. Anche lì... non si decide mai a darmi un sesso preciso. Se un giorno parlano di matrimoni gay, mi battezza toro e mi fa sposare con un timido moscerino, così la nostra prima notte d'amore finirà di sicuro al pronto soccorso; se propende per farmi assomigliare a una Barbie, tranquilli, mi troveranno in un vicolo stuprata da una banana e un kiwi alla fine di un'accesa discussione ormai alla frutta; se decide che essere un muffin potrebbe sfamare i languori di una chitarra, un palcoscenico da Stephen King sarà la mia sadomaso e incisiva condanna... come le piace schiacciarmi e zittirmi tra il toast di pagine delle sue Moleskine, torturandomi vicino all'appunto di un dildo grosso quanto un camion frigo della Conad; oppure sedermi in un vagone della metro tra un perizoma indossato per prova da un tecnico delle caldaie - idraulico con gengivite, 102 kg scarsi, altezza 169 cm. al garrese - e un preservativo a specchio come i Ray Ban da sole. Tutto questo, la fa godere. E potrei continuare così all'infinito... Invece dico solo che Freud, sotto sotto, aveva ragione e tutti i suoi/miei problemi derivano da torbidi istinti sessuali. Per questo mi sono rassegnato. So già che prima o poi finirò ammazzato da una sega qualunque. Che sia di Geppetto o di un quindicenne pieno di brutali e spettacolari eiaculazioni, ancora non so, l'importante è, nel caso in cui fosse di quest'ultimo, che io non rischi la cecità per il troppo esercizio, accorgendomi solo all'ultimo di avere tra le mani il Mocio da combattimento di un vecchio prete pederasta, che un'efficiente badante ha appena uscito dalla trappola di una zip nel demoniaco tentativo di farmi benedire gli occhi.

Buon weekend a tutti