domenica 13 dicembre 2015

Il levriero

Era all'incirca una settimana che lo vedevo aggirarsi lungo lo stesso tratto di spiaggia, durante la camminata che mi godevo subito dopo pranzo.
Per essere dicembre, il tempo era mite, fin troppo soleggiato, così ne approfittavo per portare i cani di mia sorella fino alla scogliera, a metà passeggiata tra l'abitato di Alassio e Laigueglia.
Era stato proprio trotterellando per la mia buona mezz'ora in quel limpido tepore fuori stagione che avevo notato per la prima volta il suo corpo magro e alto, appena incurvato; anche se più di tutto mi aveva incuriosito il modo buffo che aveva la sua misurata goffaggine nel cercare di mantenere a galla, nella sabbia alta, le scarpe, una coppia di eleganti pinne di vernice, di un lucido nero carbone, senza macchia e senza ombre.
Per il resto, il cappotto di circospezione che lo seguiva si muoveva adagio, scampando appena, mentre il ciondolo dello sguardo si manteneva a terra, forse nel tentativo di evitare i granelli più sporchi.  
Insieme a lui, un magnifico levriero,  altrettanto magro e incurvato, una figura d'animale così rassomigliante che se la bestia si fosse levata sulle zampe dietro le due ossature si sarebbero potute tranquillamente confondere; un levriero impegnato in salti e cambi repentini di traiettoria - e a quale fulminea velocità correva! - divertito, eccitato, una vistosa museruola di vecchiaia a conferirgli intorno alle fauci una dolce ferocia tutta bianca.
Che eleganza! pensai tra me, per il settimo giorno consecutivo, ammirando quell'onda di falcate che comunque conservava ancora la bellezza di un manto metallico e cenerino, di un grigio cangiante.
Stavo proprio guardando il sole invernale seguire la dorsale di quei giochi, quando vidi il cane fermarsi, bloccarsi per la marea di chissà quale buon odore, annusare un tronco abbandonato dal mare a non più di un metro dalla riva e spostarsi su una duna vicina. Lì, tendendo al limite l'arco della sua magrezza, orecchie a mezz'asta e sguardo in direzione dell'uomo, manovrando con abilità dall'interno la sua sac a poche intestinale, sfornò un così fresco e gigantesco panettone da balzarmi subito agli occhi, tanto per le incredibili dimensioni, quanto per le ben visibili - quasi fluorescenti - sfumature di un corposo giallo crema.
Quella pausa durò pochi secondi, è vero, e subito dopo il levriero ricominciò con i suoi salti e le sue corse, di sicuro più agili ed eleganti di prima. Fu il padrone a dimostrare un gran sintonia con l'ormai sopraggiunto clima delle feste. Perché a quel punto, avanzato fino al dolce di nuova produzione, dopo aver lanciato più volte, a destra e sinistra, una sequenza di rapide occhiate senza nemmeno troppa circospezione, divenne così premuroso da poter chiedere a Babbo Natale il conferimento di una carica da Super Eroe. Anche se, forse sottovalutata la dimensione del grande natale, o forse pretendendo di lasciare un regalo un po' troppo prezioso e nascosto - una sorpresa gratuita, per tutti quei bambini che da quel punto sarebbero passati e in quel punto esatto avrebbero giocato - come tentò di coprire il più possibile il dolce con una copiosa spolverizzata di zucchero a velo di sabbia, vuoi per la velocità - mi fece pensare a una metodica e precisa professionalità, di certo acquisita grazie a un ripetuto esercizio quotidiano - vuoi per la posizione quel tanto distaccata da evitare chissà quale forma di educazione, prima sulla punta dell'una e subito dopo sulla punta dell'altra, due gigantesche e freschissime fette di panettone gli rimasero incollate sulla lustra festività dei mocassini, mentre il levriero, forse attirato dal tutto quel gran da fare del suo padrone, gli si avvicinava, alzava una gamba e gli riempiva di un giallo spumante il risvolto dei pantaloni.
Ovviamente, da fedelissimo, per non lasciarlo solo in tutto quel ben di dio di festeggiamenti.

Buon pomeriggio a tutti.